Emidio Mangiola: l’orgoglio di essere sambenedettese

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La prima volta al Ballarin, la nascita dell’Onda D’Urto, il coro più bello e i nostri giorni: il viaggio del nostro tifoso

Il nostro viaggio prosegue con Emidio Mangiola, che ripercorre con noi la sua vita in rossoblu: dalla prima partita al Ballarin  all’Onda d’Urto, fino ai giorni nostri. Un’intervista forte, schietta, “politically incorrect”: esattamente ciò che cerchiamo in questa rubrica.

Lo spettacolo dell’ultima domenica ci impone di iniziare con questa domanda. La coreografia contro la Recanatese ti ha portato indietro nel tempo?

“Coreografia spettacolare. Vedere, nei preparativi, i ragazzi della curva ansiosi che tutto vada bene e pignoli nel sottolineare ciò che andava fatto per rendere tutto perfetto…come non si può essere orgogliosi di tutto questo? Pensare che questi ragazzi siano il proseguo di quello che noi abbiamo cercato di lasciare mi rende fiero. La curva e’ la mia casa e loro meritano il più grande rispetto che un vecchio ultras possa dargli.Viva la curva nord e quel gruppo di bei ragazzi che nonostante tutto e tutti riescono a far vivere la passione per questi colori!”.

Dopo il doveroso inizio,  una domanda standard: la tua prima partita della Samb?

“Stagione 1975-76, in casa contro il Brindisi. Ricordo che accompagnai in tribuna mia nonna, che aveva una gamba di legno a causa della guerra. Era pazza di Anzuini, non si perdeva nemmeno una sua partita. I maschi più grandi, invece, andavano ovviamente in gradinata sud”.

Qual è il ricordo più bello che ti lega allo stadio Ballarin?

“Senza dubbio la vittoria con il Pescara alla fine degli anni ’70, se non sbaglio stagione ’78-79. Quell’anno i pescaresi avevano una squadra fortissima e ottennero anche la promozione. Ma batterli in casa fu un’emozione immensa“.

Fumogenata in gradinata sud.

Fumogenata in gradinata sud.

Da ragazzo ti sei spostato dalla tribuna in gradinata. Parlaci della nascita  dell’Onda d’Urto e del tifo di quegli anni.

“L’Onda d’Urto…ci sono fin troppe cose da dire. Gli anni ’70-80 non furono facili a San Benedetto: la crescita della città, le lotte politiche, le droghe…tutto rendeva l’aria molto pesante. Ciò che ci univa  però, dal lunedì alla domenica, era l’amore per la Samb. A scuola, nei bar, in giro per la città: noi ragazzi vivevamo per la Samb. Ho un ricordo indelebile delle scritte sui muri, rigorosamente in gessetto, che ci accompagnavo alla domenica, quando finalmente eravamo tutti insieme a cantare. Il nostro tifo era caldo, passionale, a volte caotico, ma bellissimo proprio per questo. Le gerarchie erano una cosa serissima: per noi ragazzi arrivare a suonare il tamburo (ne avevamo 20 ogni domenica) era un onore e un motivo di vanto. A volte scoppiavano forti contese tra di noi, pur di arrivare a suonarlo. Noi ragazzi non riuscivamo e non volevamo pensare ad altro che alla Sambenedettese”

Qual è il coro più bello che tu abbia mai cantato?

“Premetto che i cori attuali non si possono confrontare con quelli del Ballarin: niente di così articolato come ora. I nostri cori al Ballarin erano secchi, potenti, ripetitivi: il mio preferito è “La Samba è forte e vincerà!”, ripetuto allo sfinimento, fino a quando non coinvolgeva tutta la gradinata. Degli ultimi anni voglio ricordare “blu è il colore del mare, rosso è il colore del vino”, inventato dalla “Gente Furiosa”. Dovresti sentire anche loro nelle prossime interviste, ne hanno di storie da raccontare!”.

Dopo il coro, lo striscione. Qual è il tuo preferito?

Anche per gli striscioni vale lo stesso discorso dei cori. Prima si usavano  per offendere gli avversari nel primo modo che ti veniva in mente, non c’erano le rime e la fantasia di oggi. Ti faccio un esempio: a Jesi i loro tifosi ci definirono “albanesi”, con il solito sfottò “benvenuti in Italia”. Al ritorno  la nostra risposta fu: “Benvenuti a Durazzo, teste di c….”. Il bello dello striscione è saper colpire con ironia l’avversario: il mio preferito è quello contro i pescaresi: “Tre gettoni mille lire”.

Sembra di intuire che una delle rivali storiche della Samb fu il Pescara.

“Senza dubbio, le nostre battaglie come tifo erano contro i pescaresi. Io sono sempre stato poco favorevole al concetto di gemellaggio, ma se ne avessi potuto scegliere uno l’avrei fatto con loro. Peccato che sia impossibile, visto che ogni gara era una guerra. Tifoserie come la nostra e quella del Pescara dimostrano che il calcio è un gioco, ma rispecchia fedelmente le culture dei vari popoli. Noi, come loro, siamo caldi, passionali e tremendamente orgogliosi”.

Quale tifoseria ti ha maggiormente impressionato al Ballarin o al Riviera?

“Se escludiamo i pescaresi, devo dire che mi hanno davvero stupito i tifosi del Messina al Riviera, stagione 86-87. Erano tantissimi e molto rumorosi. Al Ballarin, invece, non riesco a dimenticare i foggiani: numeri impressionanti per quegli anni”.

Tifosi del Messina al Riviera. Stagione 86-87.

Tifosi del Messina al Riviera. Stagione 86-87.

Qual è il gesto più folle che tu abbia fatto per la Samb?

“1985, facevo il militare. Scappai dal servizio per tornare a San Benedetto per la partita più importante dell’anno. Indovinate contro chi? Il Pescara, ovviamente. Al mio ritorno presi una settimana di punizione.
Lo rifarei? Senza pensarci due volte“.

La scena più bella vista allo stadio, invece?

“Questa la conoscono tutti, Samb-Perugia al Riviera. La curva ospiti fu riempita di pesce marcio, la puzza che si ritrovarono i perugini era terribile. Credo che se le siano sognate a lungo quelle sarde fraciche. Se ci penso mi viene ancora da ridere!”.

Ci avviciniamo, purtroppo, alla fine dell’intervista. Hai un rito personale legato alla domenica?

“Dagli anno ’80 ad oggi devo rispettare una sola usanza, senza la quale non posso andare allo stadio: mettermi al collo la sciarpetta che feci da ragazzi. Senza, non è domenica”.

Sciarpa Fedayn.

Sciarpa Fedayn.

 

 


Qual è il tuo calciatore preferito? 

“Risposta più facile non so darti. Giuliano Fiorini, il “rotunderos”. Giuliano era uno di noi, veniva in piazza, giocava a calcio insieme a noi ragazzi, beveva e fumava insieme ai tifosi. Rimarrà per sempre nel cuore di questa città”.

Non possiamo congedarci senza una domanda sulla rivalità più sentita. Se ti dicessi che in questo momento la Samb è promossa in Lega Pro e l’Ascoli è retrocesso dalla Serie B, cosa mi risponderesti?

“N’altra volta in galera mi vuoi fà andà, tu!” (ndr: le risate scaturite dalla risposta hanno interrotto l’intervista per diversi minuti: andare avanti è stata un’impresa disperata).  A parte le battute, ricordo che ai miei tempi era derby tutto l’anno. Le persone possono definirmi troglodita, arretrato, ma su questo non transigo: Samb e Ascoli saranno per sempre rivali

Ora, una delle domande più delicate. In questo momento la Samb ha il record, poco invidiato, di fallimenti in un ventennio, l’Onda D’Urto si è sciolta da diversi anni e le leggi negli stadi hanno cambiato, forse per sempre, il modo di vivere la domenica. Cosa spinge un “tifoso del Ballarin” ad andare ancora avanti, a non mollare?

“L’orgoglio di essere SAMBENEDETTESE. Questa cosa non ce la può togliere nessuno, nè un fallimento può scacciarla via. Lo scioglimento dell’Onda D’Urto, per tutti noi, fu traumatico ma allo stesso tempo inevitabile. Mancava la spinta a credere e a lottare per un simbolo che aveva reso la Samb e San Benedetto conosciute in tutto il mondo. Nel mondo del calcio, da nord a sud tutti ti conoscevano per l’Onda d’Urto: ti sentivi importante e rispettato. Gli ultimi fallimenti ci hanno lasciato un vuoto dentro, ma noi “vecchietti” abbiamo una fiamma che non si spegne mai: l’amore e l’orgoglio, anche nei momenti più difficili, di essere sambenedettesi”.

Finché morte non vi separi?

“Neanche la morte ci terrà lontano dalla Samb”.