La Samb nel sangue: ricordi di Fabrizio Roncarolo

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Una famiglia che ha legato indissolubilmente il proprio nome a quello della Samb: ricordi ed emozioni di Fabrizio Roncarolo.

di Michele Palmiero e Edoardo Tarullo.

Fabrizio, cominciamo con la canonica domanda: raccontaci la tua prima partita della Samb.

La prima partita che ricordo in assoluto fu un derby a Pescara che vincemmo per 1 a 0. Allo stadio poteva entrare gratuitamente chi aveva meno di 14 anni ed io, avendo 10 anni, non avrei dovuto fare il biglietto. Tuttavia all’ingresso, vedendo me e i miei cugini piuttosto alti per la nostra età, non vollero farci entrare e ci spintonarono via. Da lì nacque un parapiglia e ricordo che giunse in nostro aiuto uno dei fratelli “Prechiò” che riuscì a farci entrare. Da piccolo la cosa che mi emozionava di più era andare in trasferta con le bandiere e le trombette. Ricordo i cori, semplicissimi eppure di una bellezza mozzafiato. Ogni domenica era una festa.

E invece la partita che non dimenticherai mai?

Senza dubbio il derby giocato al Ballarin nella stagione 1969-70. Nella notte tra sabato e domenica prima del derby un gruppo di nostri impavidi tifosi (mi sembra di ricordare quel gran personaggio che era “Francì de Barabba”) si recano in Piazza del Popolo armati di vernice celeste. La domenica mattina gli ascolani si sono svegliati con la loro amata piazza piena di scritte: “W Samb”, “fate schifo”. Il giorno dopo al Ballarin c’erano 7000 persone: si giocava in un catino…

Foto tratta da un articolo della rivista "Red And Blue"

Foto tratta da un articolo della rivista “Red And Blue”

 

Queste cose i tifosi più giovani non le hanno potute vivere, ma per noi “vecchietti” rimarranno per sempre i ricordi più belli della nostra vita. In quella partita l’Ascoli era costretto a vincere, visto lo squadrone che aveva costruito, ma alla fine chi segnò? Il grande centrale Nicola Troli! Non potete immaginare la bolgia…”ij me moro!”. Credo che non sopravviverei ad un altra emozione del genere.

Cosa voleva dire affrontare al Ballarin squadre più ricche e blasonate e riuscire a sconfiggerle?

C’è una frase pronunciata dal Senatore Natali che sottolinea una grande differenza tra noi e i cugini: “la Samb creava i suoi giocatori, l’Ascoli li acquistava“. Questo è l’aspetto romantico che ci ha fatto innamorare dei colori rossoblu: nel ’55 quando andammo in B San Benedetto aveva circa 22 mila abitanti. Più del 20-25% della popolazione ogni domenica andava allo stadio.  In quella Serie B affacciate sul mar Adriatico c’erano Venezia, San Benedetto e Bari: eravamo le repubbliche marinare! Potendo contare solo sulle loro forze i nostri nonni hanno costruito qualcosa di speciale. Senza un campo, con pochi soldi  riuscivamo a tener testa a grandi città. 

Fabrizio, chiunque vada allo stadio conosce i tuoi continui “spostamenti” durante i 90 minuti. Sei sempre stato così irrequieto?

In realtà questa reazione emotiva di camminare avanti e indietro è un’eredità di mio padre. Ancora me lo ricordo impazzire al Ballarin durante le partite. Era impossibile per lui rimanere fermo. Quando Nicola Troli fece gol in quel derby mi stritolò la mano per l’emozione.

La foto che più rappresenta il tuo amore per la Samb?

Senza dubbio questa: una foto della tribuna del Ballarin datata 1955-56, anno in cui andammo in Serie B.

"In alto al centro mio padre, nascosta sulla destra della foto mia madre".

“In alto al centro mio padre, nascosta sulla destra della foto mia madre”.

Sono affezionato a questa foto per vari motivi: il primo è che vedendo questa foto si nota come tutti fossero vestiti in giacca e cravatta. In quegli anni andare allo stadio ogni domenica era l’evento più importante della settimana e meritava un vestito adatto. Ho sempre pensato durante la partita si celebrasse la nostra comunità: lo stadio era il tempio dove noi ricordavamo il valore della nostra gente. E’ questo che ha reso la Samb un dogma per tutti noi: se muore questo sentimento, moriamo noi. Questi ultimi 30 anni mi hanno messo in crisi: stiamo perdendo la nostra identità…
In ogni caso, il motivo più importante per cui sono affezionato a questa foto è un altro. Nell’immagine sono stati immortalati, rigorosamente a distanza, mio padre e mia madre. Mio padre è in piedi, sul gradone più alto, mentre mia madre era nascosta sulla destra. All’epoca il fidanzamento non funzionava come oggi: mio padre e mia madre dovevano rimanere a debita distanza, e il corteggiamento si basava su rapidi sguardi che non dovevano essere intercettati dai genitori. E’ una foto bellissima perchè racchiude in una sola immagine l’amore tra i miei genitori e l’amore per la Sambenedettese. Nella stessa foto, poi, ci sono personaggi leggendari come “Basciù”, Floriano Bollettini, mio nonno materno Amedeo Ripani, mio zio Evaristo Damiani, Raffaele Braccetti con la moglie Lola, zio Patrizio Giostra o “Lu Gancio”, mitico ex paracadutista che aveva perso un braccio e in ogni trasferta si faceva valere con il gancio.

C’è un tifoso della Samb che vorresti ricordare?

Di persone che hanno amato la Samb ed oggi andrebbero ricordate ce ne sono tantissime…oggi vorrei ricordare un amico di famiglia che, pur essendo ascolano, era un grande tifoso rossoblu: il Senatore Avvocato Luigi Natali. Nel 2008 rilasciò un’intervista a “Riviera Oggi”, ricordo ancora una suo aneddoto riguardo Venturato: <<incontrai quell’individuo in tribunale e gli chiesi per quale motivo avesse deciso di rovinare una città come San Benedetto e una squadra gloriosa come la Samb: lui mi rispose in malo modo e allora io gli rifilai uno schiaffone in pieno volto>>.

Luigi Natali e Fabrizio Roncarolo

 

 

 

 

 

 

 

Tu hai vissuto l’epoca d’oro della Samb, ma anche gli anni più bui. Che cos’è cambiato nel corso degli anni?

Sta cambiando molto, se non tutto. Per prima cosa la Samb non è più vista come un fattore che unisce la città. Molti hanno preso da questo territorio ma non hanno ridato nulla. Oggi andare allo stadio non vuol dire più celebrare la nostra comunità, perchè non c’è unione di intenti. Questo processo, che sembra irreversibile, mi spaventa. La paura di perdere tutte le emozioni che ho provato in questi anni mi fa impazzire. Ogni domenica, di ritorno dallo stadio, passavamo sotto il “pontino” per tornare in centro. Ricordo come se fosse ieri le cantilene delle donne dai balconi quando eravamo tristi per una sconfitta: “Che scete fatte? Che è sse facce?“. Questi suoni, e anche l’uso stesso del dialetto, si stanno perdendo quasi del tutto.

Come si può spiegare ad un giovane tifoso cos’era e cosa deve tornare ad essere la Samb?

Quello che ripeto ormai allo sfinimento è che la Samb non è mai stata solo una squadra di calcio. La Samb era il riscatto sociale di un borgo di mare che grazie alla pesca transoceanica stava scoprendo un diffuso benessere economico. L’azione straordinaria di mio zio Domenico fu quella di chiedere ai pescatori una percentuale sul loro fatturato. Mio padre mi raccontava che la gente faceva a gara per dare il proprio contributo per la Samb: tutti volevano aiutare,  i sambenedettesi trovarono nel calcio il proprio riscatto sociale. Il benessere e la crescita di San Benedetto sono la conseguenza delle fatiche di quei marinari che negli anni ’50 e ’60 si sono spinti verso l’Oceano in cerca di ricchezza. La Samb non era solo la passione che ci univa, rappresentava anche un trampolino di lancio per una città che non aveva lignaggio aristocratico e basava  la sua fortuna sul proprio sudore. Per garantire un grande futuro alla Samb dobbiamo prendere esempio dai nostri nonni: mettere da parte le divisioni, tornare ad avere un senso di comunità, impegnarci attivamente affinchè la Samb torni ad essere l’espressione della forza dei sambenedettesi.