La Samb e il ruolo dell’allenatore: intervista a Valerio Quondamatteo

Quondamatteo, Samb

Valerio Quondamatteo: terza parte

Pensi che la stampa abbia influenzato la decisione del presidente?

Non sono nella sua testa, ma credo che abbia scelto l’esonero per dare una scossa. Il presidente mi sembra una persona molto determinata, non penso si faccia influenzare dall’esterno. Anche perché dovrebbe cambiare idea ogni settimana.

Poi c’è stato il ritorno di Magi, con cui ti confrontavi “da fuori” già ad inizio anno, quando eri nel settore giovanile. Lui e Roselli sono due tecnici molto diversi, tu come ti sei trovato?

Probabilmente ho imparato più da Roselli, perché faceva un tipo di calcio diverso da quello che sento “mio”. Con Magi ero subito in sintonia, perché avevamo idee del calcio molto simili. Magi lavorava molto sul voler fare la partita, tenendo palla e cercando il controllo, come vorrei fare anch’io; Roselli preparava la squadra in base all’avversario, aveva un’attenzione pazzesca ai dettagli, e mi ha insegnato molto su quell’aspetto del gioco.

Nel finale di stagione avete avuto poco tempo, ma siete riusciti a dare un’impronta diversa abbastanza in fretta.

È cambiato lo stile della fase di costruzione: partivamo col possesso da dietro, e in questo modo creavamo determinati spazi per giocare. I giocatori erano gli stessi, ma con concetti diversi, che aiutavano anche chi non aveva caratteristiche tecniche di un certo tipo. Con un contesto di un certo tipo – movimenti, organizzazione, spostamenti – non servono per forza grandi palleggiatori, anche perché il passaggio lo detta chi non ha il pallone. Gli errori palla al piede arrivano soprattutto quando non ci sono soluzioni.

Magi, Samb

A livello di modulo abbiamo cambiato poco, mettendo Ilari in posizione di trequarti con Stanco e Russotto in attacco Era un tridente abbastanza equilibrato, perché grazie alle letture dei primi due Russotto aveva più libertà, poteva smarcarsi meglio e ricevere più spesso la palla sui piedi.

Poi c’è stata la sfida ai playoff col SudTirol, contro cui non siete riusciti a replicare le prestazioni delle ultime giornate.

Noi eravamo gli stessi di ottobre, con le solite problematiche. Siamo sempre stati quelli, aspettarsi una squadra perfetta era assurdo. Ci sono state molte critiche, ma noi avevamo preparato la partita per vincerla: non volevamo rischiare il tutto per tutto da subito, ma nella peggiore delle ipotesi l’idea era di tentare un forcing negli ultimi minuti. C’è stato un possesso palla buono ma sterile, anche per bravura avversario; alla fine il SudTirol ha fatto quello che facevamo noi, chiusura e ripartenza, e una di queste è stata fatale. Noi volevamo vincere, ma per vincere le partite devono funzionare molte cose. Purtroppo è andata così.

Col senno di poi, pensi che si sarebbe potuto fare di più?

Secondo me nel calcio l’allenatore influisce al 15 o 20%; un altro 15 o 20% dipende dalla società, e il resto lo fanno giocatori e squadra. Quando si parla di giocatori non mi riferisco solo alle qualità tecniche, ma un po’ di tutto: carattere, leadership positiva, capacità di fare gruppo… Questi aspetti spostano davvero tanto, all’interno di una stagione. In campo i leader positivi ti trascinano, e ti aiutano a uscire fuori dai momenti in difficoltà.

Quali erano i leader della squadra, lo scorso anno?

Aveva un gruppo di bravi ragazzi, in tutti i sensi. Per età, esperienza e carisma Stanco era una figura molto positiva, ma ce n’erano anche altri.

Stanco è stato anche uno dei più attaccati, nonostante un grande campionato. In questi casi come la gestisce, un allenatore? Voi come l’avete gestita?

Stanco è un grande giocatore, e se avessi la possibilità lo clonerei: è un ragazzo umile e un professionista vero, ha rispetto per tutti e non ha mai detto una parola fuori posto. In questa stagione ho sentito degli attacchi nei suoi confronti che mi hanno sbalordito, ma secondo me uno come Stanco non ha bisogno di essere difeso: chi conosce il calcio capisce le sue qualità. Molti definiscono gli attaccanti solo per il numero di gol, ma lui oltre a segnarne tanti ha fatto tanto per non farceli prendere, sacrificandosi moltissimo.

Molte volte andava a coprire sulla fascia al posto dei compagni di attacco. Erano situazioni preparate?

Diciamo che ce le aspettavamo. Stanco ha una grandissima intelligenza tattica, e quando c’era bisogno di un aiuto sapeva già cosa fare. Queste situazioni avvenivano soprattutto con Russotto, un giocatore con qualità tecniche di altissimo livello, ma che in fase di non possesso era poco influente.

Hai citato Russotto, che probabilmente è stato uno dei giocatori più chiacchierati insieme a Calderini. Due che sono arrivati con un certo tipo di aspettative, e che per un motivo o per l’altro non le hanno rispettate, con qualche difficoltà di troppo a coesistere. Come mai?

Calderini e Russotto sono giocatori diversi, ma hanno entrambi grandi qualità tecniche. Durante l’anno sono stati fatti degli esperimenti per farli giocare insieme, ma qualcosa non ha funzionato. Le aspettative erano alte, ma non bisogna addossare tutta la colpa su di loro. Calderini per un periodo ha trascinato la squadra, ma da febbraio in poi è calato fisicamente; Russotto ha avuto un problema fisico che gli ha spezzato l’annata, ed è rientrato troppo tardi. Quando è stato al 100% ha mostrato le sue grandi qualità. Il problema di farli giocare insieme è di “contesto”, perché se la squadra non è costruita in un determinato modo possono venire fuori problematiche.

Oltre a loro si sono creati molti dualismi, spesso “costruiti” dalla stampa. I più discussi erano Di Massimo e Rocchi, che a turno venivano invocati al posto di Ilari, Stanco o Gelonese.

Alessio (Di Massimo, ndr) ha potenzialità incredibili, ma non lo considero un giocatore capace di sostituire Stanco. Il vice-Stanco non c’era, l’unico che si avvicinava a lui era Ilari, come struttura e come caratteristiche; Alessio è un altro tipo di giocatore, uno di corsa e dribbling. Lo stesso discorso vale per Rocchi e Gelonese, che sono giocatori totalmente diversi: Luca ha quantità e forza fisica, è uno strappapalloni; Rocchi è un giocatore tecnico e rapido, utile nelle ripartenze.

Un altro dualismo, questo effettivo, era quello dei due portieri. Prima Sala, poi Pegorin, poi ancora Sala. Come mai tutti questi cambi?

A San Benedetto il ruolo del portiere è uno dei più complicati, anche perché qui sono passati giocatori molto importanti, e le aspettative sono alte. Dopo l’andata col Pordenone Sala ha avuto un momento di difficoltà, e in quel momento è uscito bene Pegorin. Nel finale di stagione ha avuto qualche piccola difficoltà, ma era comprensibile, sono cose che succedono. Quello del portiere è un ruolo molto delicato, non è facile; noi li abbiamo gestiti considerando condizione tecnica e psicologica.

Fotogallery Vicenza-Samb

La scorsa stagione era iniziata con la volontà di imporre una “linea verde”, che nei fatti si è vista poco. Anzi, molti sono stati svincolati già a novembre. Vi sono mancati loro, secondo te?

Al discorso giovani tengo molto, visto che anche io sono stato un giovane a San Benedetto, visto che ho debuttato qui a 18 anni. Questa è una piazza difficilissima, per un giovane: prendere un ragazzo dalla Serie D (specie se da una piccola piazza), portarlo a San Benedetto e aspettarsi che faccia la differenza significa scherzare con le loro carriere. Se alcuni giocatori non sono stati inseriti, o sono stati inseriti tardi e col contagocce un motivo c’è. Non si possono mettere dentro dei giocatori solo per farli vedere, o far contenta la gente, anche perché in questi casi il rischio di bruciare le loro carriere è molto alto. E qui a San Benedetto si sono bruciati in tanti.

Bisognerebbe anche fare qualcosa di più nel settore giovanile, no?

A San Benedetto viviamo una situazione molto particolare, ci sarebbe da scriverci un libro. Il primo problema, fondamentale, è che non hai strutture di proprietà, e finché non l’avrai non potrai essere ai livelli degli altri settori giovanili della zona, come il Pescara. Il secondo problema è che questa società è fallita molte volte, e giocando spesso nei dilettanti sei considerata dalle società vicine come una concorrente. Il terzo problema è quello del bacino di utenza: questa è una piccola cittadina, ci sono 45 mila abitanti, e nei campionati nazionali vai a scontrarti contro realtà che pescano su un bacino d’utenza molto più vasto. Se vuoi competere devi attingere anche dall’hinterland, collaborando con le altre società del posto. Questi sono problemi strutturali, e finché non li risolvi è difficile.

La scorsa stagione è stata lunga e intensa, per te. Ti senti di dare qualche consiglio a Montero?

Non gli devo dare nessun consiglio. La sua esperienza da giocatore doppia quella di molti allenatori, e ha conosciuto grandi tecnici come Lippi, Ancelotti e Capello. Insomma, penso sia più che preparato a vivere situazioni difficili. L’unica cosa che posso dire è che qui non bisogna creare troppe aspettative, perché poi possono ritorcersi contro. Bisogna essere sempre realistici, e dire le cose come stanno: se ci sono difficoltà bisogna essere chiari, perché solo così si possono apprezzare al meglio i risultati della squadra. Dalla sua avrà una curva meravigliosa, come sempre.

Lo scorso anno la tifoseria ci è stata vicina per tutta la stagione, soprattutto nei momenti difficili, quando molto altri avrebbero voltato le spalle… Non è stata una bella serata, ma io non mi scorderò mai la partita contro il Vicenza: era la prima sconfitta pesante della nostra gestione, ma nonostante fossimo sotto 4 a 1 i tifosi hanno cantato senza sosta fino al novantesimo. Sono cose che lasciano il segno.

Per adesso hai deciso di non continuare a San Benedetto. Hai già offerte, prendi un anno sabbatico o stai ancora valutando un ritorno?

Sono stato contattato da Fusco un mese e mezzo fa, ma avendo anche un’attività non potevo promettere la mia disponibilità al 100%, specie durante il ritiro estivo. Se non posso fare una cosa al massimo preferisco rinunciare. Per ora è così, ma mai dire mai. Al momento sono molto sereno, probabilmente mi fermerò un anno e ne approfitterò per prendere il patentino Uefa A. Se si dovesse aprire la possibilità di qualche nuova esperienza valuterò.


Dopo questa frase ci salutiamo. L’impressione è che la decisione sia tutt’altro che definitiva, ma dopo una stagione del genere capisco anche la voglia di staccare. Del resto, per un allenatore della Sambenedettese gli anni si contano in modo diverso: un po’ come si fa per i cani, con un rapporto di 7 a 1. È stata una grande e intensa prima stagione, ma non è detto che sarà l’ultima.

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