Il Parma è/non è una grande squadra. L’analisi dei gialloblu

I ducali sono i favoriti della poule scudetto, ma senza una vittoria potrebbero essere fuori già al primo turno. Che partita ci aspetta, al Tardini?


SAN BENEDETTO DEL TRONTO – 94 punti in classifica (28 vittorie e 10 pareggi), 82 gol fatti e solo 17 subiti. I numeri del Parma – per quanto impressionanti – dicono tanto, ma non dicono tutto. Le quattro partite in più hanno ampliato la distanza delle due squadre, che a livello di punti/partita si assesta su un 2,47 a 2,38, con la Samb avanti se si considerano solo le gare sotto la gestione Palladini (2,50 a partita).

Facendo lo stesso gioco con la media gol fatti/partita, i rossoblu sono addirittura avanti (2,23 a 2,16). Resta abissale la distanza delle due difese: guidata da Lucarelli, la retroguardia parmigiana è stata la migliore nelle principali serie italiane, con appena 17 gol subiti in 38 gare.

In questa annata i crociati hanno giocato quasi esclusivamente col 4-2-3-1. La squadra parte dal giovane Zommers (’97) in porta, coperto da due terzini under (Messina e Ricci, entrambi ’96), e due centrali solidi ed esperti (Cacioli e Lucarelli). Inizialmente la mediana era formata da Corapi e Giorgino, due centrocampisti che garantivano inserimenti e dinamismo, dando supporto ai tre trequartisti (Melandri, Baraye e Lauria i più utilizzati) alle spalle di Longobardi.

La fase offensiva dei parmensi è molto dinamica, basata su un doppio binario: l’occupazione del campo in ampiezza e la densità centrale. Queste due condizioni vengono costruite in diverso modo, in base alla condizione posizionale degli avversari.

Se la difesa è chiusa sono i terzini a dare ampiezza, mentre le due ali (insieme, o a turno) tagliano verso il centro per creare situazioni di superiorità numerica insieme a centravanti e trequartista. In questo modo i quattro giocatori offensivi hanno la possibilità di scambiare nello stretto, riuscendo – spesso – a creare situazioni di vantaggio nelle zone più calde del campo.

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Saporetti (terzino) si alza, mentre le ali Melandri e Ricci tagliano dentro. Sul filtrante di quest’ultimo si è creato un 3 vs 4 al limite dell’area: arriva il gol di Baraye

Se la difesa è scoperta l’atteggiamento cambia: in questo caso sono le due ali a dare ampiezza, mentre la zona centrale viene occupata dall’inserimento di uno dei mediani. In questo modo i difensori avversari sono costretti a scegliere tra la copertura centrale (liberando i due esterni) o l’uno contro uno, e la squadra può approfittarne.

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Musetti (trequartista) è sul pallone. I due esterni (Ricci e Mazzocchi) restano larghi, distraendo i terzini. I due centrali si trovano scoperti, a metà tra l’inserimento di Miglietta e il movimento in profondità di Guazzo. Palla al secondo e gol del Parma

In questo tipo di situazioni Corapi – con i suoi inserimenti – diventa uno dei chiavistelli della partita, dimostrandosi il giocatore più pericoloso in tutte le situazioni di contropiede.

Baraye recupera palla a lancia Sereni. Musetti (trequartista) e Lauria (ala destra) si allargano, centralmente si inserisce Corapi. Sarà lui a chiudere l’azione in rete.

Questa impostazione porta subito risultati: la squadra ducale vince 12 delle prime 16 partite, ma è solo alla 17esima che la squadra trova l’assetto definitivo. Dopo il primo scorcio di campionato Apolloni decide di cristallizzare le due intuizioni migliori delle prime giornate, avanzando Corapi sulla trequarti e dando a Baraye le chiavi dell’attacco.

Il doppio spostamento (accompagnato dall’inserimento di Miglietta, a centrocampo) porta la squadra alla definitiva maturazioneIl Parma inizia a giocare a memoria: in posizione di centravanti Baraye (più mobile di Longobardi) garantisce più spazi per gli inserimenti centrali dei trequartisti, mentre Corapi (partendo da posizione più avanzata) vede incrementate le sue occasioni da rete. A fine anno il senegalese (classe ’92) mette insieme 20 gol e 5 assist, mentre Corapi (con 11 reti e 8 assist) si rivela uno dei centrocampisti più prolifici di tutta la serie D.

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Baraye e Melandri vanno in pressione, Sereni e Adorni coprono la verticalizzazione. Del Bianco è costretto a spazzare

La squadra di Apolloni ha una capacità di controllo invidiabile, e le individualità giuste per accettare situazioni di due contro due (centrali contro attaccanti) in fase di copertura.

Lucarelli e Cacioli giocano molto di esperienza, e non hanno paura di rischiare l’anticipo (o spendere un fallo). Questo permette al resto della squadra di operare un intenso lavoro di pressing avanzato, che – specie contro le squadre meno attrezzate – si è rivelata un’arma efficace anche in fase offensiva.

Questo atteggiamento coraggioso (quasi spavaldo) si è rivelato vincente, nonostante – sotto la patina della squadra invincibile – si sia iniziato a riconoscere qualche elemento di fallibilità. Gare come quelle contro Mezzolara e Forlì (quattro partite, quattro 0-0) mostrano come – con un’attenta fase difensiva – si possano imbrigliare Baraye e compagni.

Minacciare la porta crociata resta complesso. Ciò che si è notato – nel corso del campionato – è l’impressione di una qualche sofferenza nelle transizioni difensive, specie contro squadre molto rapide a partire in contropiede. Gran parte dei gol concessi sono arrivati su questo tipo di situazioni, che spiegano come mai i parmensi abbiano subito più gol in casa (10) che in trasferta (7).

Con la giusta sicurezza in fase di costruzione e una buona capacità nel gioco verticale si può mettere in difficoltà il pacchetto difensivo, che ogni tanto è parso in affanno nel coprire i (grandi) spazi lasciati alle proprie spalle.

Nell’unica sconfitta stagionale, contro il Gubbio, il Parma ha subito molto il pressing offensivo della squadra di Magi, che ha cercato sin da subito di mettere in difficoltà la prima fase di costruzione dei gialloblu (schierati inaspettatamente col 4-3-1-2).

Schierato col 4-3-3, il Gubbio ha provato a immediatamente a isolare i tre mediani, in modo che le tre punte potessero pressare i quattro difensori gialloblu. Grazie al grandissimo sacrificio delle tre punte (e l’attenzione tattica delle mezzali, pronte ad accorciare in avanti), la squadra eugubina è riuscita a rallentare la manovra, isolando – per lunghi tratti della gara – i vari reparti.

A questo ha associato una fase offensiva molto dinamica e aggressiva, secondo principi simili a quelli parmensi: il vantaggio è arrivato su uno scambio tra esterno e centrale, e ha indirizzato la gara.

Affacciatosi alla poule scudetto con i crismi dell’invincibilità, il Parma di Apolloni ha perso il proprio status alla prima esperienza lontano dall’Emilia. Finché è rimasta nel microcosmo del girone D la squadra sembrava invincibile, la sconfitta col Gubbio ha instillato il seme del dubbio, al punto da chiedersi la competitività di un campionato dove ultima, penultima e terzultima hanno subito – rispettivamente – 97, 81 e 76 gol.

La squadra crociata, al momento, è circondata da un misterioso alone schrodingeriano. Per quanto ne sappiamo ora, il Parma è e non è una grande squadra. Un po’ come la Samb. La gara di domenica aiuterà a farsi un’idea.

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