Ezio Capuano, oltre al folklore

L’allenatore del Modena al di là di qualunquismo e retorica


“È meglio il silenzio che l’equivoco”, diceva Rimbaud. In un mondo ultra esposto come quello calcistico, Eziolino Capuano ha trovato lo spazio per imporsi come uno dei personaggi più noti del calcio di provincia, finendo per vederne ridimensionati gli altri aspetti. Il suo arrivo sulla panchina del Modena ha portato la stampa – modenese e non – a rimarcare l’immaginario macchiettistico dell’allenatore campano, presentato come il solito (abusato) prototipo dell’allenatore di provincia, viscerale e folkloristico, quasi nevrastenico.

Esposizione

Nel 1990 Capuano ha da poco concluso la sua prima stagione da allenatore, all’Ebolitana, e su Italia 1 nasce Mai dire gol. Il programma – innovativo, a quei tempi – raccontava un mondo calcistico abbastanza lontano da quello attuale, pervaso da presidenti fumanti, gestioni familiari e atteggiamenti sempre sopra le righe.

Negli ultimi anni i social network hanno ripreso questo tipo di racconto calcistico, banalizzandolo; è nato un sottobosco di pagine dove i calciatori sono tutti brutti, gli ignoranti sono tutti bomber e gli aspetti violenti del gioco (falli, risse, sfuriate) vengono esaltati con più enfasi dei gol.

Il video in cui Capuano urla di tutto contro i propri giocatori esce in questo contesto, e lo rende rapidamente una celebrità. Pur essendo estraneo al mondo dei social network (“Non seguo il web, non ho un bel rapporto con queste cose”), il personaggio Capuano si presta perfettamente, rendendolo soggetto ad esaltazioni e prese in giro.

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Come possono testimoniare le decine di video su internet, Capuano è un personaggio da romanzo popolare, un piccolo Totò che alterna linguaggio forbito e strafalcioni, atteggiamenti seriosi e sguaiati, vestiti elegantissimi e camicie strappate. Nelle interviste può parlare – indifferentemente – di “fase difensiva” e “maiali assatanati“, mantenendo sempre lo stesso atteggiamento formale.

A tutto ciò si aggiungono le sue capacità istrioniche, da vero e proprio capopopolo. Capuano ama ed è amato dai propri tifosi perché è uno di loro, parla lo stesso linguaggio e fa leva sugli stessi valori (la grinta, la rabbia, le palle). Questa emotività lo porta spesso ad esagerare, rendendolo tanto lontano dagli occhi estranei e quanto stretto ai suoi tifosi.

Il progressivo impoverimento dell’informazione calcistica italiana (sempre più tendente alla Gialappas, che al giornalismo) ha cavalcato l’onda del personaggio, fino a ridurre 28 anni di carriera ad un’accozzaglia di frasi celebri e video simpatici. Capuano è stato catalogato come allenatore-folklore, un residuato degli anni ’90 che puzza di catenaccio e periferia. Lo stesso allenatore non è stato capace di scrollarsi di dosso questi pregiudizi, per non rinnegare la propria storia personale (fatta di lavoro e gavetta) e per l’inattitudine a sapersi presentare in un certo modo.

Ci mette anche del suo, eh

Nel corso della sua carriera l’allenatore campano ha allenato 20 squadre, adattandosi a situazioni (di classifica e ambientali) tra le più disparate: dopo aver vinto due campionati consecutivi in Serie D (con Altamura e Cavese) ha sempre allenato in squadre professionistiche, alternando grandi risultati sportivi ad alcuni buchi nell’acqua.

Le idee

Tralasciando la perniciosa retorica che l’ha circondato finora, si scopre un tecnico molto più interessante di quanto venga banalizzato dai giornali. Sotto questa patina anni ’90 si nasconde un allenatore all’avanguardia, con idee tattiche interessanti e molto coraggio nell’applicarle.

Nel corso della sua carriera ha alternato 3-5-1-1 e 4-3-1-2, ma basta vederlo muovere le pedine sulla lavagna per intuire che – a prescindere dall’assetto – i principi siano gli stessi. Le sue squadre hanno un’interpretazione fluida del gioco, basato su ricerca dell’ampiezza (con i due terzini, altissimi, o gli esterni) e occupazione del centro (attaccato dalle punte e dagli inserimenti dei centrocampisti).

L’uscita del pallone è sempre gestita da tre giocatori in posizione centrale (i tre difensori, o i due difensori e il mediano), e la squadra ha un atteggiamento molto verticale, cercando l’avanzamento del pallone con un utilizzo intelligente del gioco sulle seconde palle. Concetti simili (a prescindere dal modulo) anche in fase difensiva, con tre giocatori sempre stretti al centro della difesa e un pressing molto aggressivo (orientato sull’uomo) per disturbare la costruzione avversaria.

“Molti vedono quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei”

In un mondo superficiale come quello calcistico, Capuano è stato trattato come una macchietta anacronistica, un catenacciaro noto, essenzialmente, come motivatore. Togliendo dal giudizio l’aspetto folkloristico (che, in tutta verità, spinge a banalizzarlo) si scopre invece un tecnico intelligente, coraggioso e preparato. Caoace ma ingenuo, Capuano è stato fagocitato da un mondo che non l’ha mai veramente compreso, e da cui non riesce a farsi comprendere.

Sepolto sotto una maceria di gaffe e popolarità c’è un uomo (e un allenatore) completamente diverso da quello descritto, tradito dalla poca abitudine alla sovraesposizione moderna. Sotto le chiacchiere di un mondo che è sempre più scandalo e gossip resta sempre – indelebile – il responso del campo: e lì, a parte la bassa statura, Capuano ne esce come un gigante.

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