Montagne russe

I rossoblu giocano alla pari, ma vengono puniti dai propri errori. E’ già ora delle critiche?


SAN BENEDETTO DEL TRONTO – A volerli immaginare prima, gli esiti di queste ultime settimane (euforia alla prima vittoria, disperazione alla prima sconfitta) sarebbero stati anche troppo banali. Le montagne russe del parco giochi vicino al Riviera sono state smontate, quelle dentro continuano a funzionare a pieno regime.

Se l’euforia della scorsa settimana era prematura, il pessimismo di oggi è quantomeno precipitoso: fino al (l’episodico, improvviso, inaspettato) vantaggio di Caridi i rossoblu hanno giocato meglio, e dopo uno sbandamento tanto colpevole quanto comprensibile sono tornati a farlo. In mezzo c’è stato il cinismo e l’intelligenza del Mantova, bravo a resistere quando serviva e colpire quando poteva.

I rossoblu confermano il 4-3-3 delle ultime uscite, ma giocano con molta più sicurezza: la squadra utilizza il campo in tutta la sua ampiezza, salendo molto sia con le ali che coi terzini. Per buona parte del primo tempo i rossoblu riescono ad alzare bene il baricentro, accelerando coi lanci di Berardocco o tessendo lentamente con il coinvolgimento di terzini e mezzali.

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L’attacco dei rossoblu: Berardocco pesca bene Mancuso, che si è isolato nell’uno contro uno con l’esterno avversario. Di Filippo e Pezzotti sono alti, così come Tortolano

Già al 4′ i rossoblu sfiorano il gol (Sabatino per Tortolano), e nei minuti successivi la squadra riesce ad andare al cross e alla conclusione con continuità. Tortolano e Mancuso, in questo, sono fondamentali: il loro movimento ad allargarsi e stringere apre spazi ai due terzini e aumenta le linee di passaggio per i centrocampisti, costruendo le prospettive anche per il tiro da fuori (ci provano Berardocco e Mancuso).

Il Mantova non resta a guardare, però; i virgiliani giocano con un 3-4-3 molto fluido, specie sulle fasce: in fase di possesso i biancorossi gestiscono solo coi tre centrali e i due mediani, permettendo ai due esterni (Caridi e Regoli) di restare avanzati e alti, vicini alle due ali. In questo modo si forma una linea da cinque al limite dell’area, e i cinque dietro – molto intraprendenti – possono cercare indifferentemente il lancio lungo o l’appoggio verso uno dei compagni che accorcia.

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Bandini e Regoli sono altissimi, in linea con le tre punte. Dietro i tre centrali gestiscono palla insieme ai mediani. I rossoblu coprono con Mancuso, Di Filippo, Pezzotti e Tortolano a uomo sugli esterni di riferimento

Per non prendersi rischi, i rossoblu mettono a punto una fase di non possesso molto diligente e organizzata: le ali (Caridi e Tripoli) vengono marcate a uomo da Di Filippo e Pezzotti, gli esterni di centrocampo (Bandini e Regoli) sono seguiti da Tortolano e Mancuso, che arretrano fino alla linea difensiva.

In attacco la fase di pressione è affidata a Fioretti e alle due mezzali, che prendono in consegna Zammarini e Raggio Garibaldi. In mezzo resta il solo Berardocco, col compito di tagliare le linee di passaggio centrali e far ripartire rapidamente l’azione.

Questo atteggiamento difensivo è semplice ed efficace, ma nasconde delle criticità: i devono ad abbassare molto il baricentro, e i cinque avversari in avanti – accorciando – hanno la possibilità di ricevere facilmente ai fianchi di Berardocco. Per gran parte del primo tempo la buona reattività dei giocatori in uscita permette alla squadra di contestare il possesso e ripartire con pericolosità; ma al primo errore la squadra paga.

Al 27′ Caridi accorcia sulla trequarti e riceve alle spalle del centrocampo: Candellori non lo segue, i difensori non escono; l’ala raggiunge i 25 metri e si inventa un gran gol, infilando sotto all’incrocio.

Subito inaspettatamente lo svantaggio, i rossoblu passano al 4-4-2, allargando Candellori sulla fascia e avanzando Tortolano alle spalle di Fioretti. I principi sono gli stessi: i quattro esterni marcano stretto gli avversari diretti, ma – in compenso – la squadra guadagna un uomo in attacco.

Il raddoppio del Mantova (arrivato su un atteggiamento troppo passivo della retroguardia, su sospetto offside) arriva prima che la mossa possa far effetto, e i primi effetti si vedono solo nella ripresa, con l’ingresso di Sorrentino al posto di Fioretti (inefficace nel tenere alta la squadra).

Entrato al 53′, l’attaccante romano cambia immediatamente la partita: dopo appena un minuto conduce il contropiede che porta alla punizione di Berardocco (e alla traversa di Di Filippo), nelle azioni successive aiuta la squadra nei palloni alti, vincendo quasi tutti i duelli aerei con Siniscalchi e compagni.

L’opzione del lancio lungo per l’attaccante permette ai rossoblu di aumentare il baricentro, con le ali più avanzate e i due terzini maggiormente coinvolti. Il maggior coinvolgimento dei terzini è subito decisivo in zona gol: al 68esimo Di Filippo riceve sulla destra e prende lo spazio lasciato dal taglio di Mancuso; nei pressi dell’area ci sono 4 giocatori rossoblu, e – sul cross del terzino – Sorrentino riesce ad appoggiare per il tiro vincente proprio di Mancuso.

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L’azione che porterà all’1-2. I due terzini sono molto alti, creando un 5 contro cinque al limite dell’area. Questa situazione di gioco è stata cercata per gran parte della ripresa

I rossoblu spingono il più possibile, ma i virgiliani coprono con grande tenacia e un po’ di fortuna (specie sul palo di Sorrentino) riescono a mantenere il vantaggio. La partita resta viva e tesa fino all’85esimo, quando Romeo (su corner) segna indisturbato il 3 a 1.

Per la squadra di Palladini si tratta di una sconfitta dura, ma poco pregiudicante; i gol subiti – anzi, concessi – sono arrivati su situazioni eccezionali (un errore di lettura, un’azione caotica, un corner nei minuti finali) e non pregiudicano una prestazione che (checché se ne dica) è stata buona.

Il problema questa Samb sembra essere nella percezione che il contorno (dirigenza, tifo, stampa) ha di lei e del proprio campionato. Dopo anni passati a giocare sempre (solo) per vincere, l’ambiente sambenedettese ha finito con l’immaginare esiti uguali anche adesso, finendo per inseguire le stesse sensazioni dopo ogni vittoria, e sentirne la mancanza in caso di sconfitta.

Detto questo, le parole del presidente sono profondamente ingiuste. In questi mesi il patron rossoblu è stato prima scettico e poi fiduciosopessimista positivo, euforico, e ora disfattista: altalene che fomentano i tifosi, ma non aiutano né l’allenatore che la squadra, costantemente sfiduciata sia nelle capacità che nelle prestazioni.

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