Per salvare la Serie C serve una rivoluzione dal basso

Lega Pro

La crisi del Coronavirus ha messo in crisi il calcio italiano, la Lega Pro in particolare, ma le soluzioni proposte non fanno che rimandare i problemi 


Ieri La Gazzetta dello Sport ha pubblicato un articolo titolato “Maxi rose e conti in rosso. Il buco nero della Serie C”. Il pezzo di Gianfranco Teotino era una replica al presidente dell’Albinoleffe Andreoletti, che aveva pubblicato una nota per rispondere a un altro articolo di Teotino, pubblicato l’8 aprile, in cui suggeriva un taglio di venti squadre dalla Serie C. Un progetto già proposto dall’ex commissario Fabbricini, che si era posto l’obiettivo di ridurre a 78 il numero di squadre professionistiche (18 in A, 20 in B e due gironi da 20 in Serie C).

Dal canto suo, Andreoletti ha citato i 12-15 mila ragazzi dai 6 ai 18 anni allenati nei settori giovanili della terza serie, e l’opportunità di allontanare un terzo di questi dall’attività sportiva “professionista”. Una posizione portata avanti anche dal presidente Ghirelli, che già da alcuni mesi – in virtù dell’attività formativa della Lega Pro – ha chiesto una defiscalizzazione per le squadre della Serie C. È la solita storia: da una parte gli interessi della Serie A, intenzionata a guadagnare il più possibile dagli introiti commerciali, tagliando le categorie minori; dall’altra la richiesta di aiuti da parte della Lega Pro, che in questo momento complicato non sembra poter fare a meno dell’assistenzialismo.

L’articolo di Teotino

L’interruzione dei campionati ha fatto venire tutto a galla, mostrando le difficoltà di un sistema che non funziona a tutti i livelli. I problemi sono tanti, e non sarebbe seri affrontarli tutti qui. Quello che più mi ha dato fastidio è stato il secondo articolo di Teotino, che alle parole di Andreoletti ha risposto che i giocatori sono troppi e la colpa è delle squadre della Serie C.

«Prendete nota: 34-37-38. Sono i giocatori impiegati in questa stagione dalle tre squadre attualmente in coda alle classifiche della Serie C. Si avete capito bene: il Gozzano nel Girone A, finora ha mandato in campo 34 calciatori, più ne ha altri 6 già convocati o registrati con numero di maglia: il Rimini, ultimo nel Girone B, ne ha schierati 37 e ne ha altri 10 convocati o convocabili: il Rieti, ultimo nel Girone C, ha il record con 38 in campo, più 4 disponibili. […] il solo pensiero che queste piccole società, certo attingendo ai settori giovanili, abbiano più 40 giocatori a libro paga, lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, mette i brividi»

Questo il fulcro dell’articolo, basato su un cherry picking di dati parziali e non circostanziati, presi a modello per trarre un giudizio generale su tutta la categoria. Rieti, Gozzano e Rimini sono squadre in difficoltà, ma il numero dei giocatori utilizzati (utilizzati, non sotto contratto) non c’entra nulla. I numeri di queste squadre sono inflazionati dal mercato di gennaio, in cui il Rieti ha inserito 10 nuovi giocatori, il Gozzano 8 e il Rimini 15. La maggior parte dei giocatori sono arrivati in prestito, altri hanno un contratto in scadenza a fine stagione, e complessivamente le partenze sono state superiori ai nuovi acquisti.

L’articolo di Teotino mi costringe ad aggiungere una banalità, e cioè che avere tanti giocatori utilizzati non significa averli “a libro paga”. Il numero dei giocatori utilizzati non ha alcun valore, se non quello di ribadire una banalità: le squadre a rischio retrocessione hanno più bisogno di cambiare rispetto alle prime in classifica. Il numero di giocatori impiegati è strettamente legato alle operazioni di mercato fatte durante l’anno, e fare un confronto tra il calciomercato della Lega Pro – fatto di prestiti, scambi e parametri zero – con quello delle principali squadre europee è semplicemente ridicolo.

Dando per buoni questi numeri, anche se non lo sono, la tesi di fondo vuole sostenere che le squadre in terza serie hanno troppi tesserati rispetto alle squadre in Serie A e B, il che è semplicemente sbagliato. Nei tre gironi di Lega Pro c’è una media di 26.7 giocatori per squadra; in Serie B ce ne sono 28, in Serie A 25.5. Per le squadre di Lega Pro i contratti restano una spesa rilevante, ma resta il fatto che una buona fetta dei giocatori guadagni poco di più del minimo sindacale, e quasi tutte le squadre fanno affidamento su giocatori in prestito dalle società di Serie A e B.

Comunque la si guardi, quello dei giocatori sotto contratto non è un tema rilevante. Limitare il numero dei tesserati è inutile e non ha alcun effetto: la scorsa stagione era ancora attivo il limite dei 14 giocatori over, e nonostante tutto sono fallite cinque squadre, due delle quali a campionato in corso.

Quali soluzioni?

L’unica parte condivisibile dell’articolo è anche la più banale, ovvero che la Serie C, per come è fatta, non è sostenibile. I problemi c’erano anche prima dell’interruzione dei campionati, e nonostante gli sforzi fatti dalla Lega negli ultimi mesi trovare una via mediana tra la sostenibilità dei club e la tutela dei lavoratori resta molto difficile. Le proposte delle ultime settimane vertono essenzialmente su tre tipi di soluzioni: c’è chi ha proposto una drastica riduzione del numero delle squadre, incurante delle ripercussioni sportive, economiche e sociali di un provvedimento del genere; c’è chi vuole tornare al semiprofessionismo, togliendo diverse tutele a migliaia di lavoratori; c’è chi cerca di dare un calcio alla lattina, affidandosi a qualche misura di assistenzialismo.

In ogni caso a farne le spese saranno i lavoratori, una categoria che oltre ai calciatori comprende migliaia di persone dietro le quinte. Togliere tutele e ammortizzatori sociali può fare la fortuna di qualche presidente, ma non è detto che faccia bene al movimento calcistico. Del resto, nonostante dicano tutti di voler “rivoluzionare” il calcio, nessuno si è ancora presto la briga di ragionare a livello complessivo.

Un momento drammatico come quello attuale dovrebbe spingerci a ragionare su nuove forme di sostenibilità: una forma di defiscalizzazione che premi chi investe nel territorio, e non chi vuole semplicemente “fare” la squadra; una forma di sostenibilità economica che vada oltre a sponsor e abbonamenti, coinvolgendo attivamente la città; controlli seri e stringenti, che proteggano chi decide di fare un investimento sportivo. Sono temi complessi e delicati, ma questo tipo di discussione deve partire da gente che sappia di cosa parla, e che magari eviti di farlo con arroganza e paternalismo.

In questo momento la sopravvivenza del sistema-calcio non è in discussione, perché in un modo o l’altro questo sport continuerà a vivere. La posta in palio è il modo in cui ci ritroveremo dall’altra parte: con una rivoluzione profonda, che leghi “il calcio dei comuni” al suo tessuto sociale, o con l’ennesimo ritorno al passato, che lasci la sopravvivenza delle squadre alla volontà dei soliti benefattori di provincia.

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