Il giornalismo sportivo ha una cotta per il crowdfunding

crowdfunding e calcio italiano

Per uscire dalla crisi, il calcio italiano deve fare affidamento al crowdfunding? 


Il sistema-calcio in Italia è in grado di analizzare lucidamente i fattori che lo hanno messo in ginocchio? Il dubbio sorge spontaneo quando si leggono alcune dichiarazioni della politica del pallone, ma non solo. Dare poche risposte (e confuse) a problemi complessi sembra essere diventato lo sport preferito di dirigenti, tesserati e giornalisti.

L’esempio più recente è la cotta della stampa sportiva nei confronti del crowdfunding. Non è amore, né stima: si tratta di una delle tante infatuazioni utili a portare avanti un dibattito che ormai si trascina stancamente da anni. Diventa sempre più difficile mettere a fuoco le cause della crisi del calcio italiano: un problema culturale? un’inevitabile coda della crisi economica? la conseguenza di anni di indebitamento sfrenato? la mancanza di una visione a medio-lungo termine? È tutto questo e molto di più.

Che cos’è il crowdfunding?

Si tratta di una delle costole del fundraising, altro concetto relativamente “giovane” che ha occupato sempre più spazio nella vita economica di tutti noi. Il crowdfunding è un processo collettivo di raccolta fondi che si basa su due pilastri: il carattere indistinto di chi mette i soldi (crowd in inglese vuol dire “folla”) e la sua natura prettamente telematica (siti internet, piattaforme, app). Il concetto di crowdfunding è semplice, immediato: c’è un progetto, è indicata la cifra da raggiungere per finanziarlo, il successo è legato al conseguimento della somma.

In Italia questo strumento è associato con sempre maggior insistenza ad una situazione di emergenza. Nella cultura come nell’economia, si pensa ad una raccolta fondi per risolvere un determinato problema o finanziare progetti che, altrimenti, non vedrebbero mai la luce. Ed è su questa sfumatura che la stampa sportiva si è concentrata: nel giro di 24 ore ben 3 testate hanno ipotizzato l’introduzione del crowdfunding nel calcio per combattere la crisi delle società.

«L’ultima idea per non affondare è quella di lanciare un crowdfunding per poter chiedere un contributo ai propri supporter sotto forma di equity o di mini bond, insomma delle obbligazioni anche di piccoli importi (a partire da 250 euro, ad esempio) per sostenere le necessità di liquidità delle proprie squadre del cuore» è l’incipit de ilgiornale.it (qui potete trovare l’articolo completo).

Per il Sole24Ore «Alla fine saranno i tifosi a salvare la propria squadra del cuore. Mettendo mano al portafogli e acquistando attraverso le piattaforme online di crowfunding una piccola “quota” della società sportiva amata», mentre il Corriere.it allarga il raggio anche agli altri sport: «Un’alternativa al finanziamento bancario e alla quotazione in borsa di grandi club, come Juventus, Roma e Lazio, dal quale potrebbero trarre beneficio le almeno 120mila società sportive iscritte al Coni, quindi non solo nel calcio, ma anche per altre discipline».

Il crowdfunding può salvare il calcio?

La risposta è semplice: no, un singolo strumento (per quanto potente) non può risolvere la crisi strutturale del calcio italiano. Perché si tratta di una crisi strutturale – che l’emergenza Coronavirus ha acuito – e non andrà via chiedendo un aiuto economico ai tifosi. Negli articoli appena citati si indicano vari esempi, italiani ed europei, di crowdfunding in ambito sportivo: il calcio inglese la fa da padrone, con diverse società tra cui Fulham, Crystal Palace e Portsmouth che hanno promosso una raccolta fondi con buoni riscontri.

In Italia c’è il caso Pordenone che, nell’estate della promozione dalla C alla B, è riuscito a mettere insieme 2,2 milioni grazie agli investimenti di 254 tifosi. Già, investimenti e non donazioni come nel caso del crowdfunding. Quando si parla della società neroverde, poi, non si menziona il grande processo di crescita portato avanti dalla proprietà dentro e fuori dal campo. Progettualità, strutture, competenze: il Pordenone è l’esempio di come dovrebbe agire una società sportiva ed è una mosca bianca nel panorama del professionismo italiano.

L’impressione è che, ancora una volta, si cerchi il modo più rapido per applicare una toppa su un vestito ormai logoro. Il crowdfunding può essere usato nel caso in cui una società sportiva voglia proporre un progetto che abbia un impatto sul territorio, ma non si può chiedere ai tifosi di donare soldi per pagare i debiti del proprietario del club.

Coinvolgere i tifosi, ma nel modo giusto

Il tentativo di invocare al crowdfunding per salvare le società di calcio può risultare strampalato, ma offre uno spunto interessante: per uscire dalla crisi, il calcio italiano deve tornare a rivolgersi ai tifosi. Per decenni il supporter è stato visto come un cliente, a cui chiedere soldi in cambio dello spettacolo offerto: compra il biglietto, non dimenticarti del merchandising, pensa a tifare (preferibilmente davanti alla pay-tv) e non preoccuparti di come è gestita la società.

Il modello del proprietario unico è insostenibile: lo dicono le cifre dei budget dalla A fino alla terza categoria, lo urlano le decine di fallimenti che ogni estate si abbattono sui campionati. Per uscire dalla crisi occorre pensare ad un nuovo modello di gestione societaria, un modello che passa inevitabilmente dall’inclusione dei tifosi ma non può prescindere da un cambiamento culturale che investa tutte le parti in causa, dai dirigenti fino a chi si occupa dell’informazione.

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