Montero si presenta: “Vogliamo essere protagonisti”

Presentazione Montero

La presentazione ufficiale del nuovo allenatore della Sambenedettese, Paolo Montero


Lo scorso giugno l’annuncio di Montero era arrivato praticamente dal nulla, chiudendo in un colpo tutte le voci sul futuro della società e della squadra. Dopo un mese di attesa – sempre più calda e fremente, carica di aspettative – la conferenza di presentazione è arrivata. All’auditorium Tebaldini si respira l’aria dei grandi eventi, quella che nella scorsa stagione era tanto mancata. Al fianco di Montero due dei protagonisti di questa “nuova” Sambenedettese: il presidente Fedeli, simbolo della continuità, e il nuovo direttore generale, Walter Cinciripini.

Il primo a parlare è il presidente, Franco Fedeli: «Montero non ha bisogno di presentazioni. Parliamo di un calciatore che è stato quasi dieci anni alla Juventus, e questo dice molto sulle sue capacità e la sua professionalità; lo abbiamo scelto perché conosciamo bene che tipo di giocatore era, e vogliamo che porti la sua voglia di fare e la sua tenacia alla nostra squadra come allenatore. Gli do il benvenuto».

Presentazione Paolo Montero

Poi è la volta del direttore Cinciripini, alla sua prima uscita ufficiale: «Sono molto felice di essere qui. Voglio ringraziare il presidente, Massimo Gollini – lui sa perché – e tutti i nostri collaboratori, che in queste settimane stanno lavorando sodo per la Sambenedettese».

Paolo Montero

Alla fine tocca a Montero, che saluta tutti così: «Ringrazio il presidente e Pietro Fusco che mi hanno voluto. Non c’è stata neanche trattativa, praticamente; mi hanno chiamato e ho detto sì. Io prometto il massimo lavoro, voglio una squadra concreta e con delle certezze, che sappia fare bel calcio e abbia voglia di essere protagonista».

Il ritorno in Italia

«Il calcio non è un mistero. Con il direttore Fusco stiamo lavorando per avere giocatori forti e che abbiano voglia di lottare, voglio un gruppo di 22 giocatori che si facciano concorrenza a vicenda. Ho giocato in due città importanti come Torino e Bergamo, che mi hanno insegnato una cosa importante: il lavoro paga.

Io sono andato via dall’Italia 13 anni fa, ma ogni volta che torno a Torino sento l’amore della gente. Io voglio guadagnarmi l’amore di questa città, ma non vendendo fumo; voglio dimostrarlo coi fatti, costruendo un gruppo che lotti ogni partita e su ogni pallone».

L’approccio alla Serie C

«Non ho paura di questa sfida. Io ho fatto gavetta, sono partito dalle giovanili e sono arrivato qui oggi. So bene qual è il livello della Serie C in Italia, è una categoria dura, ma ce la metteremo tutta. L’obiettivo è sicuramente quello di arrivare ai layoff, senza dubbio. La nostra idea è di avere una squadra con intensità, fisica ma soprattutto mentale, e su quello lavoreremo dal primo giorno. Ho visto tutte le partite della Sambenedettese, utilizzando Wyscout.

I giocatori giovani del campionato uruguaiano sono molto costosi, non sarà semplice portarli qui; il nostro paese è un miracolo, a livello sportivo, siamo solo 3 milioni e comunque produciamo tantissimi giocatori di livello.

Il calcio è sempre calcio, anche se in alcuni aspetti è cambiato. Un esempio viene dai difensori centrali, che negli anni hanno cambiato il loro modo di giocare; ora un centrale deve arrivare fino alla metà campo, giocare palla a terra, ed è per questo che costano così tanto. Italia e Uruguay sono due paesi con mentalità simili: io ho l’idea di partire da una difesa a quattro molto solida, e da lì costruire».

Il rapporto con la dirigenza

«Con la dirigenza siamo stati chiari e concreti dal primo giorno. Appena ricevuta la chiamata ho preso il volo per Roma, e con Fusco non c’è stato neanche bisogno di parlare: ci siamo capiti al volo. Per me una cosa è importante, la correttezza: “patti chiari e amicizia lunga”.

Io e la mia famiglia avevamo già intenzione di venire in Italia, quando i miei procuratori mi hanno parlato della Sambenedettese ho accettato subito. Conoscevo la storia della Sambenedettese, la sua tifoseria, che è un po’ simile all’Atalanta; so che sono affezionati, fedeli e anche un po’ aggressivi… Questo mi è piaciuto, sono qui con l’intenzione di lottare.

Sono molto affezionato alla Juventus, a cui ho dedicato gran parte della mia carriera, e continuo a seguirla. L’idea è di giocare col tridente, ma abbiamo intenzione di avere anche delle alternative. Nel calcio moderno serve flessibilità, nel gioco e negli uomini. Per il ritiro vorrei avere un gruppo di 25 giocatori, più alcuni ragazzi delle giovanili».

Gli obiettivi

«Obiettivi minimi? Io non penso al minimo, penso sempre al massimo; può accadere che non ci si arrivi, ma bisogna provarci. La possibilità dell’esonero? Non ci penso. Io e il mio staff non abbiamo paura del fracaso, il fallimento, qua cerchiamo la gloria ed è questo il messaggio che vogliamo dare ai nostri giocatori. Qui ci sono dei giovani che devono puntare in alto, devono sperare di arrivare al massimo – e così facciamo anche le tasche del presidente.

Io credo molto nella fortuna, che è una componente fondamentale; in Uruguay ho conosciuto mille giocatori talentuosi e con grandissima voglia, ma non ce l’hanno fatta. Bisogna sempre lavorare al massimo, ma poi non dipende tutto da noi. Noi dobbiamo partire con intelligenza e consapevolezza, nel tentativo di arrivare all’obiettivo».

L’impronta da dare alla squadra

«Se amo questo sport andarmi ad allenare non è un sacrificio. Bisogna lavorare, questo sì, e bisogna creare un gruppo forte e unito, che sia come una famiglia. Quando sento parlare di gruppi “buoni”, che non litigano mai, mi spavento: i gruppi veri sono quelli che si dicono la verità, anche a costo di litigare.

Io accetto le critiche, il calcio è soggettivo. La mia fama di cattivo non mi interessa, non ci ho mai pensato. Io non arrivo nello stadio con la frusta, per me l’importante è farsi capire dai giocatori. Giocando ad alti livelli ho imparato una cosa: sono i grandi uomini quelli che vanno avanti.

Lippi l’ho avuto al mio primo anno all’Atalanta, e già lì aveva la stessa mentalità che ha portato alla Juventus. Fin dal primo giorno ha cercato di interpretare il calcio da protagonista, con una mentalità aggressiva e una difesa capace di alzarsi fino alla metà campo».

La chiusura di Fedeli

A chiudere la conferenza c’è lo stesso presidente, che ha accettato alcune domande dai giornalisti. La prima è sul calciomercato, che stavolta sembra incentrato sull’arrivo di giocatori in prestito, sfatando quello che era diventato un tabù degli ultimi anni: «Prima volevamo solo giocatori di proprietà, ora cerchiamo anche giocatori in prestito. L’importante è che siano di qualità, e che abbiano voglia di fare bene. Io non li conosco, questo è il lavoro di Fusco, che dovrà anche valutare il fattore umano del giocatore che arriva qui».

Gli obiettivi

«Con Montero non si è parlato di obiettivi, abbiamo parlato di calcio e ci siamo capiti al volo. Stiamo cercando di fare qualcosa di diverso, per migliorare quanto fatto negli ultimi anni. Vorrei smettere di cambiare allenatore tutti gli anni (risate, ndr), anche perché per me è un costo.

Questa volta sono più fiducioso, rispetto agli ultimi anni. L’arrivo di Paolo (Montero, ndr), la permanenza di Fusco e gli arrivi di Cinciripini e Schiavi sono tutte notizie positive che mi danno fiducia».

Futuro e passato

«La mancata cessione? ho visto tutti i cani randagi che ci sono in giro e ho deciso di rimanere io. Il mancato accordo con gli imprenditori sambenedettesi? Ho parlato col mio staff e ho deciso di andare avanti così»

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