Mauro Zironelli non è uno che si accontenta

Mauro Zironelli

La storia e le idee del nuovo allenatore della Sambenedettese, che arriva in rossoblu con l’obiettivo di rilanciare la stagione


«L’allenatore è come un gratta e vinci. Il giocatore ci mette un attimo a scoprire se con te ha vinto o perso»

La Sambenedettese è una squadra molto complicata, soprattutto per gli allenatori. Tutti quelli che hanno provato a cambiarla hanno finito per avere la peggio, e spesso – dopo un lungo e mortificante sdilinquimento – è stata lei a cambiare loro. Palladini, Sanderra, Moriero, Capuano, Magi, Roselli: pensate a come sono arrivati, e pensate come sono partiti. L’ultimo è stato Montero, che poco più di un anno fa era stato accolto da un bagno di folla, e pochi giorni fa è partito praticamente nel silenzio, senza nessuno che si prendesse la briga di difenderlo. Un po’ di sorpresa, soltanto all’inizio, sciacquata via con il solito conforto dell’abitudine. Il tecnico uruguaiano è stato solo l’ultimo di tanti eroi messi sul piedistallo e poi buttati a terra, in una furia iconoclasta che spesso ha sfiorato l’autolesionismo.

Quest’anno la società è cambiata, ed è partita con l’intenzione di fare le cose in grande, mettendosi alle spalle le ultime stagioni. Quest’anno l’obiettivo era quello di programmare, ma i suoi investimenti non hanno fatto altro che accelerare il metabolismo di un ambiente (interno ed esterno) che non aveva ancora fatto i conti con la passata stagione. A farne le spese è stato Montero, punito per colpe che vanno sicuramente oltre le sette partite giocate finora. Al suo posto la città sperava nella “discesa in campo” di Colantuono, di cui si è sempre parlato, e in misura minore di Capuano, un nome che torna buono in tutte le stagioni. Alla fine è arrivato Mauro Zironelli, un tecnico con un curriculum molto diverso dal primo e una personalità molto diversa dal secondo. Una scelta che ha portato molte critiche preventive, quasi tutte poco informate e ingenerose. In questo momento Zironelli è trattato come una soluzione di ripiego, un giudizio che non rende merito a un tecnico che di ripiego non è mai stato. Prima dei giudizi bisognerebbe conoscere la storia, e nel caso di Zironelli è qualcosa che va raccontato.

La sua è una carriera partita dal basso, da città come Abano Terme, Sacile, Marano Vicentino, Mestre: tappe periferiche, che sembrano ripercorrere le stazioni di un regionale veneto. Nonostante la buona carriera da giocatore, non ha preso scorciatoie. L’ha ricordato, con un po’ di orgoglio, dopo la Serie D vinta col Mestre: «Non devo ringraziare nessuno per dove sono arrivato, perché ho scelto io di fare la gavetta. Forse ho perso qualche anno, ma li considero come anni di esperienza».

Un’esperienza partita nei settori giovanili di Vicenza e Bassano, dove ha passato sei anni a insegnare ai ragazzi. Il suo esordio tra i “grandi” è arrivato relativamente tardi, sulla panchina dell’Abano, in Eccellenza: «Sono figlio di un muratore – dice alla sua prima intervista – mi ha insegnato che prima di ricevere bisogna dare. Sono qui per lavorare sodo». L’anno dopo accetta la corte della Sacilese, in Serie D. Alla prima stagione in quarta serie raggiunge il terzo posto, dietro Pordenone e Marano; poi vorrebbe puntare alla promozione: alla fine del girone di andata la sua squadra ha perso solo tre partite e ne ha vinte nove, compreso lo scontro diretto con il Padova. Nel mercato invernale servirebbero rinforzi, ma la società fa orecchie da mercante: a febbraio Zironelli decide di tagliare corto e dimettersi. Ai giornali lascia solo una dichiarazione: «Sono cambiate le carte in tavola». In quel momento ha solo tre stagioni alle spalle, ma non ha intenzione di perdere tempo.

Mauro Zironelli - Abano calcio

Dopo le dimissioni dalla Sacilese passa all’AltoVicentino, dove si stava allestendo una squadra per puntare alla promozione. Con lui la squadra mantiene le aspettative: i vicentini fanno 77 punti in 38 giornate, segnando 84 gol, 2,2 a partita; il loro è il miglior attacco di tutti e nove i gironi di Serie D. Davanti arriva però il Parma, che di punti ne fa addirittura 94, guadagnandosi la Serie C: «È stata dura, l’unica squadra che in Italia non ha mai perso una partita ce l’avevo io nel girone». Una doppia beffa, perché l’AltoVicentino era stato spostato dal girone triveneto solo per far posto al Piacenza, spostato strategicamente dal girone emiliano. Quando ha raccontato quella stagione, a distanza di un anno, le parole non nascondevano un po’ di livore. Da fuori Zironelli può sembrare un personaggio ombroso, un po’ scostante, molto distante sia dalla coinvolgente esplosività di Capuano che dal pacato carisma di Montero. Ma sotto la sua calma, il suo apparente fatalismo, si nasconde un uomo incontentabile, che dalle difficoltà ha sempre trovato il motore per spingersi più in là di quanto altri avrebbero potuto.

È lo stesso atteggiamento che l’ha portato avanti da calciatore, aiutandolo a superare momenti molto difficili. A 20 anni Zironelli aveva già avuto due importanti infortuni alle ginocchia, ma questo non gli ha impedito di esordire a 17 anni col Vicenza, né di arrivare a 19 anni in Serie A, alla Fiorentina di Baggio e Dunga. Nella sua carriera ha girato tanto, e spesso è anche tornato: lo ha fatto alla Fiorentina, al Pescara, al Chievo e a Vicenza. Ha conquistato la promozione in A con il Venezia, e l’ha rifatto col Modena tre anni dopo, stavolta partendo dalla C1. Da giocatore era un centrocampista più di quantità che di qualità: «Nelle mie squadre non giocherei».

Ha smesso presto, a 34 anni, dopo aver giocato le ultime stagioni nella sua Thiene e a Montecchio: «Smettere è stata dura, perché il motore era ancora buono, ma la carrozzeria non teneva più». Nonostante tutto, Zironelli non si è lasciato abbattere: «Mi sono rimaste le cicatrici ma anche la rabbia. Ho smesso di giocare presto, ma ho ancora tanto da dare e da ricevere. E ho trasformato la rabbia in forza e grinta». Da qui la scelta di allenare, una scelta fatta per passione e non per soldi, dice, perché «il calcio è come un fuoco che hai dentro». Dopo l’annata con l’AltoVicentino Zironelli decide di riprovarci col Mestre, e stavolta il campionato è una marcia trionfale, iniziata con 14 vittorie nelle prime 15 gare, un filotto suggellato dal 4-3 al Nereo Rocco contro la Triestina. Dalla nona giornata in avanti il suo Mestre non si schioda più dal primo posto, e vince il campionato con due giornate di anticipo. Da quel momento in poi Zironelli diventa “Il mago”.

In carriera, lo ricorda spesso, ha avuto 36 allenatori diversi: «La considero la mia grande fortuna. Ho raccolto tutto quello che c’era da raccogliere». Dall’ossessione per la tattica di Malesani al culto per il lavoro di De Biasi, passando per l’esempio di allenatori come Galeone, Mazzone, Delneri e Novellino: «Se impari a viverli, te li porti con te per tutta la vita». L’ascendente più grande è di un allenatore che non ha mai avuto: «Mi sento un figlio di Gasperini. Il suo calcio è pura aggressività. Mi piace andare in campo così: far capire agli avversari che ci siamo anche noi. Soprattutto noi».

In Serie C il suo Mestre doveva essere una vittima sacrificale, ma in poche settimane gli arancioneri fanno vedere che “ci sono anche loro”. La sua squadra gioca con un atteggiamento sorprendente, per una neopromossa in Serie C: il Mestre prova a fare la gara contro tutti, anche se spesso è la più debole, e non fa sconti a nessuno nemmeno a se stessa; non è conservativa quando attacca, non è passiva quando difende; in poche parole gioca per vincere, anche se questo vuol dire prendersi dei rischi. Alla fine la scelta paga, perché il suo Mestre arriva addirittura ai playoff, smentendo quanti la mettevano tra le squadre a rischio retrocessione. Riguardando le partite di quell’anno si scoprono gli stessi caratteri che si sono ritrovati negli anni, sia nella Juventus U23 che nel Modena dell’anno scorso.

Le sue squadre applicano i principi del gioco di posizione: la base è la difesa a tre, un assetto che garantisce la superiorità in fase di costruzione – coi tre centrali più il portiere – e permette di occupare meglio l’ampiezza del campo. Per il resto, più dei ruoli, contano le posizioni: in fase di possesso la squadra deve avere due giocatori larghi sulle fasce, due sui semispazi e almeno uno al centro. Chiunque può occuparli: le mezzali possono alzarsi al fianco degli attaccanti o allargarsi sulle fasce, e in quel caso si stringono gli esterni; se un attaccante viene verso il centrocampo, o si allarga in fascia, è un compagno a salire al suo posto.

Il calcio è un po’ come il gioco degli scacchi: la cosa più importante è la posizione. Se hai due giocatori larghi la difesa avversaria deve scegliere se lasciarli liberi o allargarsi, liberando eventuali spazi al centro; se porti palla in avanti con i tuoi centrali il centrocampo deve scegliere se pressare – lasciando l’uomo libero alle spalle – o restare fermi, lasciando spazio alla conduzione. La scelta del possesso palla è un semplice calcolo di probabilità: «Se io muovo la palla nella tua metà campo è chiaro che ho più probabilità di farti gol e ho meno probabilità di te di subirne». Il possesso non deve essere fine a se stesso, ma “funzionalizzato” alla giocata in verticale, corta o lunga: «Devo verticalizzare sennò è inutile. E quando l’avversario mi riparte lo devo andare a prendere alto per rubargli palla e cominciare a giocare fin dentro la sua metà campo, non deve uscire».

Nella conferenza stampa di presentazione, a chi gli chiedeva che modulo avrebbe utilizzato, Zironelli ha risposto che l’importante è “giocare in profondità” e “riempire l’area di rigore”. In altre parole, creare situazioni di superiorità. Non è una questione di dogmatismi, ma di metodo, adattabile a varie situazioni: si può segnare con una palla improvvisa in verticale (come in questo gol al Gubbio), su una ripartenza corta dopo il recupero della palla, o con una manovra avvolgente. Basti guardare questo gol contro l’Albinoleffe, dove il centrale Gritti arriva fino al limite dell’area per mettere in mezzo verso quattro giocatori.

«Io mi metto nei panni del tifoso, soprattutto dei più piccolini. Se vado allo stadio a vedere una partita, prima di tutto mi devo divertire. Devo esaltarmi, devo gioire, devo festeggiare. Le perdite di tempo, il giocare per lo 0 a 0… Il calcio non può essere questo». L’ambizione del gioco riflette quella dell’allenatore: nella sua (pur breve) carriera non è mai stato più di due anni nella stessa squadra, e in più occasioni la rottura è arrivata perché la società non sembrava corrispondere alle sue ambizioni. È successo così alla Sacilese, è successo così anche al Modena, dove è arrivato da bandiera ed è stato mandato via già a novembre, quando i rapporti con la società – che non aveva mantenuto le promesse – erano arrivati ai ferri corti.

Nel 2014 Bonetto lo voleva alla guida del nuovo Padova, ma Zironelli ha scelto di mantenere la parola data e restare alla Sacilese. Col senno di poi, visto come andò la stagione, la fedeltà fu un errore. Forse è anche per questo che due anni fa ha deciso di accettare l’offerta del Bari, nonostante si fosse già promesso al Pordenone. Il fallimento dei galletti gli ha tolto la chance della Serie B, la rottura con Lovisa la possibilità di arrivarci sul campo, o almeno provare a competere. Da lì in poi la sua carriera è sembrata rallentare, una sensazione sicuramente strana per uno come lui.

Della sua prima conferenza stampa alla Samb resta soprattutto una frase: «Sono arrivato qui per rimettermi in gioco». Dopo due anni di transizione Zironelli arriva alla Sambenedettese con l’obiettivo di riprendere un discorso interrotto, in una società che gli darà non solo la possibilità, ma l’imperativo di competere. Non sarà facile, e non è detto che funzioni; ma per capirlo davvero bisognerà grattare oltre la superficie.

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