La Samb e il ruolo dell’allenatore: intervista a Valerio Quondamatteo

Quondamatteo, Samb

Nonostante un percorso ricco e interessante, passato in piazze e categorie importanti – dagli esordi a San Benedetto alle maglie di Sansovino, Crotone e Ternana – il momento forse più iconico della carriera di Valerio Quondamatteo è arrivato alla fine. Era il 28 aprile del 2013, e si giocava la penultima giornata del campionato di Serie D. La Sambenedettese era impegnata in un lungo e sfiancante inseguimento al San Cesareo, un punto sopra i rossoblu, ed era appena andata in svantaggio. Al 36esimo minuto del suo secondo esordio alla Samb – 14 anni dopo il primo – Quondamatteo vola sull’angolo di Forgione e infila in porta.

Il gol apre alla vittoria dei rossoblu, che sorpassano il San Cesareo e all’ultima giornata mettono in sicurezza la vittoria del campionato. Un risultato insperato in particolare per Quondamatteo, che pochi mesi prima aveva deciso di lasciare il calcio giocato, ed era tornato sui campi solo per dare una mano alla Sambenedettese: «Essendo prima di tutto un tifoso di questa squadra non potevo dire di no».

Lo stesso spirito di servizio si è visto lo scorso ottobre, quando Quondamatteo – su richiesta della società – ha deciso di lasciare il settore giovanile per fare da secondo a Giorgio Roselli. Una promozione importante, ma anche una grande responsabilità, specie in una piazza come San Benedetto. L’ex giocatore rossoblu l’ha onorata fino in fondo, restando nel suo ruolo anche dopo il ritorno di Magi.


È stato un anno molto intenso, e per te era la prima esperienza da vice allenatore. Qual è il bilancio della stagione?

Ne esco con una maturità maggiore, perché ho avuto modo di relazionarmi con due allenatori capaci e di esperienza. Ho passato buona parte dell’anno con Roselli, che oltre a essere stato un calciatore professionista ha allenato tanti anni in Lega Pro, e mi ha aiutato a crescere. All’inizio la situazione era molto difficile, ma siamo riusciti a tirarci fuori: è stata una bella esperienza.

Quando tu e Roselli siete arrivati la situazione era molto complicata, sia a livello tecnico che ambientale. La squadra sembrava costruita male, c’erano diversi problemi tecnici e si respirava pochissima fiducia intorno alla squadra. Come avete lavorato? Quali sono state le vostre priorità?

Anzitutto c’erano da valutare le difficoltà di una rosa non dico sbagliata, però abbastanza complessa. C’erano pochi giocatori per alcuni ruoli e molti per altri, e in generale avevamo poca elasticità in squadra. Vista la situazione di squadra e classifica Roselli ha deciso di lavorare soprattutto sulla fase difensiva. Con “fase difensiva” non intendo solo il reparto, ma il lavoro di tutti gli undici per subite il meno possibile. Col senno di poi è stato uno dei nostri punti di forza, soprattutto nella striscia positiva avuta fino a gennaio.

Samb-Teramo diretta live

Da fuori la mia impressione è che Roselli abbia lavorato soprattutto su tre concetti, indipendenti dal modulo: squadra corta, pressione sul portatore, attacco negli spazi.

Sì. Roselli puntava molto sul gioco di rimessa, partendo da una squadra che fosse capace di abbassarsi velocemente, difendendosi in modo ordinato e compatto. In fase offensiva l’idea era quella di attaccare gli spazi e le seconde palle, sfruttando le ripartenze veloci; in alcune situazioni sembrava buttassimo via la palla, ma molte volte era un modo per innescare la pressione e il recupero. Ci sono state delle critiche, ma questa metodologia ha dato i suoi frutti.

Da allenatore in seconda su cosa ti sei concentrato, in particolare?

Non c’erano compiti specifici, discutevamo e condividevamo un po’ tutto. Durante la stagione ho avuto abbastanza autonomia sulla gestione dei calci piazzati, soprattutto quelli difensivi, dove dopo un primo periodo con la linea abbiamo iniziato a difenderci col “castello difensivo” (la cosiddetta “zona”, in cui i giocatori schierati su due o tre linee, ndr). La scelta aveva i suoi pro e i suoi contro: col castello non concedi la profondità –lo spazio tra portiere e linea difensiva – ma rischi maggiormente in ampiezza; su questa situazione abbiamo preso un gol a Rimini, ma in generale il bilancio è stato positivo.

Nel primo mese avete utilizzato diversi moduli, sempre partendo dalla difesa a quattro: il 4-4-2 classico e quello asimmetrico (con Bove tra esterno e mezzala), il rombo di centrocampo e il tridente con Gemignani alto a destra. Alla fine siete passati al 3-5-2, lo stesso modulo che stava usando Magi prima dell’esonero.

Con la difesa a quattro c’erano alcune difficoltà strutturali. Nelle prime partite abbiamo provato a supportare più giocatori di qualità insieme, ma ci siamo resi conto che non potevamo sostenerli; c’è stata anche una riflessione sulle caratteristiche dei nostri difensori: a destra avevamo Rapisarda, un giocatore molto offensivo, e sfruttare al massimo lui significava lasciare più scoperti i due centrali.

In quel momento attraversavamo un periodo difficile, c’era poca sicurezza e non potevamo prenderci troppi rischi. C’è anche da considerare che in quel momento eravamo senza Ilari, Bove e Russotto, tre assenze che hanno accelerato un processo già in atto.

La scelta è stata dettata solo dalle caratteristiche della squadra, quindi?

No, diciamo che c’è stato un concorso di fattori. Il mister è un gasperiniano, per alcuni concetti, soprattutto quando si tratta di marcature a uomo. La difesa a tre permetteva ai difensori centrali di marcare uscendo dalla linea, in modo da seguire attaccanti e mezze punte; in questo modo abbiamo tolto spazio agli avversari, e avuto più sicurezza dietro, che in quel momento era la priorità.

Quest’anno i due braccetti (i laterali di difesa) hanno giocato quasi sempre a uomo, ma non erano i soli. Secondo me l’esempio più interessante è stato nel ritorno col Monza, con Celjak che partendo da quinto stringeva in posizione di mezzala per prendere D’Errico, pareggiando l’inferiorità numerica in mediana e dando copertura ai centrali in attesa degli abbassamenti di Ilari. In generale l’impressione è che ci abbiate lavorato molto, e con molte varianti…

Sì, per noi questi meccanismi erano fondamentali. I braccetti, i laterali di difesa e le mezzali dovevano collaborare in maniera quasi meccanica, scambiandosi continuamente posizioni e marcature. Questo tipo di atteggiamento ha aspetti positivi e negativi, ovviamente: se i meccanismi saltano o vengono fatti in ritardo ci sono problemi.

Nella scorsa stagione c’erano difensori molto adatti alla marcatura a uomo – Celjak, Biondi, anche Fissore – e avevate a disposizione giocatori come Rapisarda e Gelonese, molto bravi ad aggredire l’avversario. La scelta di giocare a uomo è stata influenzata da questi profili, o era già nelle idee di Roselli?

Al mister piace difendersi aggressivamente, e l’idea si sposava bene con le caratteristiche della squadra. In questo modo siamo riusciti ad esaltare le qualità di giocatori come Biondi, ottimo nell’uno contro uno, ma grazie alla difesa a tre siamo riusciti ad adattare bene Gelonese e dare più protezione a Miceli, che da libero ha fatto molto bene.

Dopo Pordenone Roselli aveva detto che la Samb “non ha un regista”. Nello stesso periodo ho scritto che il vero regista della Samb era il recupero del pallone, e quindi la transizione. Insomma, una mancanza tecnica risolta con una soluzione tattica. È una lettura corretta?

Sapevamo di non avere un regista di ruolo, e in questi casi devi trasformare il regista in qualcos’altro. Abbiamo deciso di impostare una squadra che fosse capace di recuperare palla e ribaltare velocemente l’azione, e in questo senso Gelonese era un ottimo giocatore da utilizzare davanti alla difesa, perché era bravo a rompere il gioco e far partire la transizione. Per le qualità della nostra squadra la cosa migliore era impostare un gioco reattivo.
Durante l’anno vi siete trovati con grandi difficoltà un po’ in tutti i ruoli.

 

Per ogni tipo di modulo sapevamo che ci saremmo trovati a fare i conti con assenze che ci avrebbero costretto a cambiare in corsa. Prendiamo il 4-3-3, ad esempio: se Calderini o Russotto finivano fuori non avevamo altri esterni offensivi di ruolo, e in quel caso bisognava adattare qualcuno o cambiare modulo. Era così per ogni tipo di soluzione, e se volevamo avere continuità dovevamo adattare per forza qualcuno.

Ogni situazione che si creava rischiava di farci cambiare modulo, e portava problemi ai meccanismi della squadra. Nelle situazioni di difficoltà abbiamo ci sono state molte mosse azzeccate – Russotto a metà campo, Ilari mezzapunta o Gelonese terzo centrale difensivo – ma si trattava sempre di una difficoltà in più da gestire. Quando si è fatto male Cecchini, ad esempio, o cambiavamo modulo o adattavamo qualcuno: quando spostammo di fascia Rapisarda fummo criticati, stesso discorso quando abbiamo spostato Ilari sulla fascia siamo stati criticati. Ma le alternative – complici i problemi iniziali di D’Ignazio – non c’erano.

Nel corso della stagione avete spostato sulla fascia anche Celjak e Fissore, che però avevano caratteristiche molto diverse dai titolari nel ruolo.

Le caratteristiche dei giocatori erano particolari. Celjak poteva giocare come terzino nella difesa a quattro, ma un centrale nella difesa a tre: metterlo sulla fascia garantiva di più in fase difensiva, ma meno spinta in fase offensiva; stesso problema sull’altra fascia, dove con l’infortunio di Cecchini e le difficoltà d’inserimento di D’Ignazio c’era solo Fissore. Insomma, mancava un giocatore e cambiava tutto: in questi casi è difficile mantenere un equilibrio, e bisogna fare di necessità virtù.

Avevate scelte obbligate, ma in molti vi hanno rinfacciato la mancanza di un atteggiamento più offensivo.

Abbiamo ricevuto molte critiche, ci hanno detto che ci accontentavamo, o non giocavamo per vincere, ma se parliamo di vincere le partite le statistiche parlano chiaro. Nel calcio un gol non subito vale mediamente 2.5 punti, e un gol fatto solo 1.2 punti. Per vincere bisogna fare gol, ma la solidità difensiva è fondamentale. Si può discutere sul metodo, perché ci sono diversi modi per difendersi: non concedendo spazio agli avversari, o tenendo il possesso (e la palla) lontano dalla porta. Quella è una questione di scelte, ma le scelte vanno fatte anche in base alla tua squadra e agli avversari.

Nessuno gioca per pareggiare: a volte provi a vincere, poi vedi che la partita si mette in un altro modo e decidi di tenerla viva per sbloccarla con un episodio. Quello della scorsa stagione è stato un girone molto equilibrato, molto fisico, dove ogni punto è pesato tantissimo.

Basta vedere Pordenone e Triestina: hanno vinto lo stesso numero di partite, ma il Pordenone ne ha pareggiate tre in più e ha vinto il campionato.

Vero. Un’altra cosa che ho sentito è che tre pareggi valgono come una vittoria e due sconfitte… un discorso pretestuoso. Con tre pareggi concedi 3 punti agli avversari e resti imbattuto, il che è importante a livello psicologico; con una vittoria e due sconfitte concedi 6 punti, e reagire dopo due sconfitte non è affatto semplice, anzi.

Eppure siete stati molto criticati, soprattutto per i pareggi.

A volte le critiche sono costruttive, a volte no. Un tifoso ha il diritto di dire se la partita gli è piaciuta o no, o se la squadra gli è piaciuta o no. Diverso è quando senti che se avesse giocato X per Y avremmo vinto, o se si fosse messo X per Y avremmo rimontato; certe discussioni senza approfondimento sono quelle che danno più fastidio. Io ricordo i tifosi che ad ottobre sono venuti al campo dell’Agraria, e ricordo che ci veniva chiesto di non arrivare ultimi. Quei tifosi hanno riconosciuto il nostro lavoro, mentre altri già a dicembre si sono messi a parlare dei primi tre posti. C’è bisogno di equilibrio.

Roselli e Quondamatteo

Molta pressione è venuta anche dall’alto, o no?

Personalmente la pressione l’ho sentita soprattutto all’inizio, quando c’era bisogno di allontanarsi dagli ultimi posti della classifica; raggiunta una certa posizione eravamo abbastanza tranquilli, i problemi sono arrivati solo verso la primavera quando abbiamo avuto la prima crisi di risultati.

In mezzo c’è stato il mercato di gennaio, che però non vi ha aiutato molto. All’inizio si era parlato di tre innesti, alla fine (considerando che Fissore è arrivato in cambio di Gemignani) ce n’è stato solo uno.

Sui discorsi di mercato non sono mai entrato, a prendere le decisioni c’era il direttore Fusco, che è una persona molto preparata. Si è consultato col mister, ovviamente, ma oltre al livello tecnico subentrano anche altre variabili. A gennaio venivamo da un periodo molto favorevole, probabilmente si è pensato di poter continuare senza troppi ritocchi. Purtroppo nella seconda parte della stagione siamo calati fisicamente, e non ci siamo mantenuti ai nostri livelli.

Il tormentone della stagione – ripetuto allo sfinimento – è stato che bisognava impostare una squadra d’attacco perché la Samb segnava e giocava bene quando andava in attacco, e prendeva gol quando difendeva. Però nessuno è mai arrivato a pensare che una squadra riesce ad attaccare quando sta andando bene, ed è costretta a difendersi quando va male.

Diciamo che è più facile spiegarlo agli addetti ai lavori. Un uomo di calcio non ti fa mai una questione simile, ma è difficile spiegarlo a chi non ha mai giocato. Ci sono cose che bisogna leggere al di là del risultato della singola gara, se non hai vissuto i campi non le puoi capire. Ci sono state delle gare in cui ci hanno detto che eravamo tutti dietro, ma in realtà attraversavamo un momento particolare della gara, o avevamo un calo fisico, e in queste situazioni se ti scopri rischi solo di prendere gol. Ogni partita ha una sua storia, ma spiegarlo a persone che non fanno il mestiere non è semplice.

Giorgio Roselli

Però molti di questi erano gli stessi che andavano in tv a dirvi come far giocare la squadra.

Il problema del calcio in Italia è che tutti possono scendere nei dettagli tecnici. Se io vedo una casa posso dire che mi piace o non mi piace, ma non posso dire all’ingegnere dove mettere le fondamenta. Le opinioni sono sacrosante, ma non si può scendere nel tecnico senza conoscenze. C’è una tendenza alla semplificazione, vengono banalizzati concetti che in realtà sono molto più complessi. Si parla sempre col senno di poi, e quando si perde è facile dire che bisognava fare altrimenti. Se perdi giocando all’attacco sei troppo offensivo, se perdi stando dietro è colpa tua perché non l’hai provata a vincere.

Ti faccio un esempio: Samb-Ravenna, dove eri in panchina al posto di Roselli (squalificato). Buonissima prestazione, diverse palle gol, bel gioco: avete perso 1 a 0 e siete stati massacrati.

In quella partita giocammo molto bene, creando 4-5 palle gol nitide, poi abbiamo preso un gol in contropiede e per molti la partita è diventata una catastrofe. Il paradosso è che tutti ci chiedevano un gioco “migliore”, più offensivo… in quella partita è successo, ma visto che abbiamo perso non andava più bene. Altre volte ci hanno detto che abbiamo fatto delle buone gare, anche magari l’avevamo vinta solo con un piazzato o un contropiede, e si parlava di cinismo. Che significa, se si vince si gioca sempre bene e se si perde si gioca sempre male? Le partite non si devono leggere solo con il risultato, quello è solo uno di tanti indici che ti fanno misurare la prestazione di una squadra. Se la squadra fa buone prestazioni i risultati arrivano, non si può buttare via tutto.

Una cosa che sfugge a molti è che dall’altra parte c’è un avversario che fa tutto per metterti in difficoltà. Se in quel momento l’avversario è ispirato, ha una buona condizione fisica e non sbaglia nulla c’è poco da fare. Nel calcio sono fondamentali gli uno contro uno, se vinci quelli vinci la partita; se perdi gli uno contro uno la tattica e i moduli diventano fuffa. Tu puoi studiare e preparare la partita in un certo modo, ma se agli avversari riesce tutto la partita diventa come la vogliono loro.

Ternana-Samb

Le aspettative intorno alla Sambenedettese sono troppo alte, secondo te?

La nostra è una piazza importante e con una grande storia, e il ricordo della mitica Samb della Serie B è vivo per tutti. A San Benedetto abbiamo una tifoseria spettacolare, che meriterebbe altri palcoscenici, ma certe volte questa grande forza ci fa perdere di vista la realtà di oggi.

In Serie C ci sono molte squadre attrezzate, con centri sportivi di livello e budget di gran lunga superiori alla media; molte di queste sono anche piazze importanti, che a loro volta reclamano il loro spazio. Non dobbiamo fare l’errore di sottovalutare gli avversari, perché una volta che ti crei false aspettative è facile rimanere delusi.

È un po’ quello che è successo lo scorso anno, no? In sala stampa ho sentito anche chi faceva la conta dei punti dal Pordenone.

Si erano create aspettative troppo alte, e in questo caso arrivano sempre grandi delusioni; in questi casi si cerca sempre un colpevole, perché se dici che la squadra era forte non puoi ammettere che c’è un problema… Alla fine si fa sempre la stessa cosa: si scaricano le colpe sull’allenatore. Una rosa di 20 giocatori ha di 80 mila formazioni possibili, significa che quando va male la scusa si trova sempre, è matematico: su 80 mila possibilità non farai mai la formazione numero 1.

Quando facciamo la formazione non sappiamo mai se un giocatore ci darà 7, 10 o 4. Quando prepari la squadra immagini la partita in un determinato modo, poi puoi accorgerti che la scelta non va bene, ma sono cose che puoi sapere solo col senno di poi. E anche sapendo questo, non è detto che con altre scelte sarebbe andata sicuramente meglio. Al mister sono state date colpe eccessive in una situazione non facile, non c’è stato rispetto del ruolo.

Durante l’anno sono piovute critiche da tutte le parti, soprattutto in conferenza stampa. Queste critiche hanno pesato sulla tranquillità del mister, secondo te?

Sono sincero, uno degli aspetti che più mi piaceva di Roselli era il modo in cui gestiva la sala stampa. Sicuramente sarà qualcosa che cercherò di rubargli, in futuro. Nella seconda parte della stagione abbiamo avuto un grave calo fisico, e i problemi sono nati da lì. Durante la stagione avevamo chiesto tanto ai ragazzi: c’erano tante partite ravvicinate e spesso eravamo in emergenza. Nel nostro caso il problema fisico è diventato anche tecnico, perché non avevamo la forza di risalire campo, né cercare la riconquista veloce. Basta guardare la partita di Trieste: quando non siamo più riusciti a stare dietro agli avversari siamo crollati. Quando non hai gamba devi avere il possesso: noi non avevamo quelle caratteristiche, e non avendoci lavorato abbastanza c’era difficoltà.

Ravenna-Samb

Pensi che la stampa abbia influenzato la decisione del presidente?

Non sono nella sua testa, ma credo che abbia scelto l’esonero per dare una scossa. Il presidente mi sembra una persona molto determinata, non penso si faccia influenzare dall’esterno. Anche perché dovrebbe cambiare idea ogni settimana.

Poi c’è stato il ritorno di Magi, con cui ti confrontavi “da fuori” già ad inizio anno, quando eri nel settore giovanile. Lui e Roselli sono due tecnici molto diversi, tu come ti sei trovato?

Probabilmente ho imparato più da Roselli, perché faceva un tipo di calcio diverso da quello che sento “mio”. Con Magi ero subito in sintonia, perché avevamo idee del calcio molto simili. Magi lavorava molto sul voler fare la partita, tenendo palla e cercando il controllo, come vorrei fare anch’io; Roselli preparava la squadra in base all’avversario, aveva un’attenzione pazzesca ai dettagli, e mi ha insegnato molto su quell’aspetto del gioco.

Nel finale di stagione avete avuto poco tempo, ma siete riusciti a dare un’impronta diversa abbastanza in fretta.

È cambiato lo stile della fase di costruzione: partivamo col possesso da dietro, e in questo modo creavamo determinati spazi per giocare. I giocatori erano gli stessi, ma con concetti diversi, che aiutavano anche chi non aveva caratteristiche tecniche di un certo tipo. Con un contesto di un certo tipo – movimenti, organizzazione, spostamenti – non servono per forza grandi palleggiatori, anche perché il passaggio lo detta chi non ha il pallone. Gli errori palla al piede arrivano soprattutto quando non ci sono soluzioni.

Magi, Samb

A livello di modulo abbiamo cambiato poco, mettendo Ilari in posizione di trequarti con Stanco e Russotto in attacco Era un tridente abbastanza equilibrato, perché grazie alle letture dei primi due Russotto aveva più libertà, poteva smarcarsi meglio e ricevere più spesso la palla sui piedi.

Poi c’è stata la sfida ai playoff col SudTirol, contro cui non siete riusciti a replicare le prestazioni delle ultime giornate.

Noi eravamo gli stessi di ottobre, con le solite problematiche. Siamo sempre stati quelli, aspettarsi una squadra perfetta era assurdo. Ci sono state molte critiche, ma noi avevamo preparato la partita per vincerla: non volevamo rischiare il tutto per tutto da subito, ma nella peggiore delle ipotesi l’idea era di tentare un forcing negli ultimi minuti. C’è stato un possesso palla buono ma sterile, anche per bravura avversario; alla fine il SudTirol ha fatto quello che facevamo noi, chiusura e ripartenza, e una di queste è stata fatale. Noi volevamo vincere, ma per vincere le partite devono funzionare molte cose. Purtroppo è andata così.

Col senno di poi, pensi che si sarebbe potuto fare di più?

Secondo me nel calcio l’allenatore influisce al 15 o 20%; un altro 15 o 20% dipende dalla società, e il resto lo fanno giocatori e squadra. Quando si parla di giocatori non mi riferisco solo alle qualità tecniche, ma un po’ di tutto: carattere, leadership positiva, capacità di fare gruppo… Questi aspetti spostano davvero tanto, all’interno di una stagione. In campo i leader positivi ti trascinano, e ti aiutano a uscire fuori dai momenti in difficoltà.

Quali erano i leader della squadra, lo scorso anno?

Aveva un gruppo di bravi ragazzi, in tutti i sensi. Per età, esperienza e carisma Stanco era una figura molto positiva, ma ce n’erano anche altri.

Stanco è stato anche uno dei più attaccati, nonostante un grande campionato. In questi casi come la gestisce, un allenatore? Voi come l’avete gestita?

Stanco è un grande giocatore, e se avessi la possibilità lo clonerei: è un ragazzo umile e un professionista vero, ha rispetto per tutti e non ha mai detto una parola fuori posto. In questa stagione ho sentito degli attacchi nei suoi confronti che mi hanno sbalordito, ma secondo me uno come Stanco non ha bisogno di essere difeso: chi conosce il calcio capisce le sue qualità. Molti definiscono gli attaccanti solo per il numero di gol, ma lui oltre a segnarne tanti ha fatto tanto per non farceli prendere, sacrificandosi moltissimo.

Molte volte andava a coprire sulla fascia al posto dei compagni di attacco. Erano situazioni preparate?

Diciamo che ce le aspettavamo. Stanco ha una grandissima intelligenza tattica, e quando c’era bisogno di un aiuto sapeva già cosa fare. Queste situazioni avvenivano soprattutto con Russotto, un giocatore con qualità tecniche di altissimo livello, ma che in fase di non possesso era poco influente.

Hai citato Russotto, che probabilmente è stato uno dei giocatori più chiacchierati insieme a Calderini. Due che sono arrivati con un certo tipo di aspettative, e che per un motivo o per l’altro non le hanno rispettate, con qualche difficoltà di troppo a coesistere. Come mai?

Calderini e Russotto sono giocatori diversi, ma hanno entrambi grandi qualità tecniche. Durante l’anno sono stati fatti degli esperimenti per farli giocare insieme, ma qualcosa non ha funzionato. Le aspettative erano alte, ma non bisogna addossare tutta la colpa su di loro. Calderini per un periodo ha trascinato la squadra, ma da febbraio in poi è calato fisicamente; Russotto ha avuto un problema fisico che gli ha spezzato l’annata, ed è rientrato troppo tardi. Quando è stato al 100% ha mostrato le sue grandi qualità. Il problema di farli giocare insieme è di “contesto”, perché se la squadra non è costruita in un determinato modo possono venire fuori problematiche.

Oltre a loro si sono creati molti dualismi, spesso “costruiti” dalla stampa. I più discussi erano Di Massimo e Rocchi, che a turno venivano invocati al posto di Ilari, Stanco o Gelonese.

Alessio (Di Massimo, ndr) ha potenzialità incredibili, ma non lo considero un giocatore capace di sostituire Stanco. Il vice-Stanco non c’era, l’unico che si avvicinava a lui era Ilari, come struttura e come caratteristiche; Alessio è un altro tipo di giocatore, uno di corsa e dribbling. Lo stesso discorso vale per Rocchi e Gelonese, che sono giocatori totalmente diversi: Luca ha quantità e forza fisica, è uno strappapalloni; Rocchi è un giocatore tecnico e rapido, utile nelle ripartenze.

Un altro dualismo, questo effettivo, era quello dei due portieri. Prima Sala, poi Pegorin, poi ancora Sala. Come mai tutti questi cambi?

A San Benedetto il ruolo del portiere è uno dei più complicati, anche perché qui sono passati giocatori molto importanti, e le aspettative sono alte. Dopo l’andata col Pordenone Sala ha avuto un momento di difficoltà, e in quel momento è uscito bene Pegorin. Nel finale di stagione ha avuto qualche piccola difficoltà, ma era comprensibile, sono cose che succedono. Quello del portiere è un ruolo molto delicato, non è facile; noi li abbiamo gestiti considerando condizione tecnica e psicologica.

Fotogallery Vicenza-Samb

La scorsa stagione era iniziata con la volontà di imporre una “linea verde”, che nei fatti si è vista poco. Anzi, molti sono stati svincolati già a novembre. Vi sono mancati loro, secondo te?

Al discorso giovani tengo molto, visto che anche io sono stato un giovane a San Benedetto, visto che ho debuttato qui a 18 anni. Questa è una piazza difficilissima, per un giovane: prendere un ragazzo dalla Serie D (specie se da una piccola piazza), portarlo a San Benedetto e aspettarsi che faccia la differenza significa scherzare con le loro carriere. Se alcuni giocatori non sono stati inseriti, o sono stati inseriti tardi e col contagocce un motivo c’è. Non si possono mettere dentro dei giocatori solo per farli vedere, o far contenta la gente, anche perché in questi casi il rischio di bruciare le loro carriere è molto alto. E qui a San Benedetto si sono bruciati in tanti.

Bisognerebbe anche fare qualcosa di più nel settore giovanile, no?

A San Benedetto viviamo una situazione molto particolare, ci sarebbe da scriverci un libro. Il primo problema, fondamentale, è che non hai strutture di proprietà, e finché non l’avrai non potrai essere ai livelli degli altri settori giovanili della zona, come il Pescara. Il secondo problema è che questa società è fallita molte volte, e giocando spesso nei dilettanti sei considerata dalle società vicine come una concorrente. Il terzo problema è quello del bacino di utenza: questa è una piccola cittadina, ci sono 45 mila abitanti, e nei campionati nazionali vai a scontrarti contro realtà che pescano su un bacino d’utenza molto più vasto. Se vuoi competere devi attingere anche dall’hinterland, collaborando con le altre società del posto. Questi sono problemi strutturali, e finché non li risolvi è difficile.

La scorsa stagione è stata lunga e intensa, per te. Ti senti di dare qualche consiglio a Montero?

Non gli devo dare nessun consiglio. La sua esperienza da giocatore doppia quella di molti allenatori, e ha conosciuto grandi tecnici come Lippi, Ancelotti e Capello. Insomma, penso sia più che preparato a vivere situazioni difficili. L’unica cosa che posso dire è che qui non bisogna creare troppe aspettative, perché poi possono ritorcersi contro. Bisogna essere sempre realistici, e dire le cose come stanno: se ci sono difficoltà bisogna essere chiari, perché solo così si possono apprezzare al meglio i risultati della squadra. Dalla sua avrà una curva meravigliosa, come sempre.

Lo scorso anno la tifoseria ci è stata vicina per tutta la stagione, soprattutto nei momenti difficili, quando molto altri avrebbero voltato le spalle… Non è stata una bella serata, ma io non mi scorderò mai la partita contro il Vicenza: era la prima sconfitta pesante della nostra gestione, ma nonostante fossimo sotto 4 a 1 i tifosi hanno cantato senza sosta fino al novantesimo. Sono cose che lasciano il segno.

Per adesso hai deciso di non continuare a San Benedetto. Hai già offerte, prendi un anno sabbatico o stai ancora valutando un ritorno?

Sono stato contattato da Fusco un mese e mezzo fa, ma avendo anche un’attività non potevo promettere la mia disponibilità al 100%, specie durante il ritiro estivo. Se non posso fare una cosa al massimo preferisco rinunciare. Per ora è così, ma mai dire mai. Al momento sono molto sereno, probabilmente mi fermerò un anno e ne approfitterò per prendere il patentino Uefa A. Se si dovesse aprire la possibilità di qualche nuova esperienza valuterò.


Dopo questa frase ci salutiamo. L’impressione è che la decisione sia tutt’altro che definitiva, ma dopo una stagione del genere capisco anche la voglia di staccare. Del resto, per un allenatore della Sambenedettese gli anni si contano in modo diverso: un po’ come si fa per i cani, con un rapporto di 7 a 1. È stata una grande e intensa prima stagione, ma non è detto che sarà l’ultima.

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