La Samb e il ruolo dell’allenatore: intervista a Valerio Quondamatteo

Quondamatteo, Samb

Introduzione

Nonostante un percorso ricco e interessante, passato in piazze e categorie importanti – dagli esordi a San Benedetto alle maglie di Sansovino, Crotone e Ternana – il momento forse più iconico della carriera di Valerio Quondamatteo è arrivato alla fine. Era il 28 aprile del 2013, e si giocava la penultima giornata del campionato di Serie D. La Sambenedettese era impegnata in un lungo e sfiancante inseguimento al San Cesareo, un punto sopra i rossoblu, ed era appena andata in svantaggio. Al 36esimo minuto del suo secondo esordio alla Samb – 14 anni dopo il primo – Quondamatteo vola sull’angolo di Forgione e infila in porta.

Il gol apre alla vittoria dei rossoblu, che sorpassano il San Cesareo e all’ultima giornata mettono in sicurezza la vittoria del campionato. Un risultato insperato in particolare per Quondamatteo, che pochi mesi prima aveva deciso di lasciare il calcio giocato, ed era tornato sui campi solo per dare una mano alla Sambenedettese: «Essendo prima di tutto un tifoso di questa squadra non potevo dire di no».

Lo stesso spirito di servizio si è visto lo scorso ottobre, quando Quondamatteo – su richiesta della società – ha deciso di lasciare il settore giovanile per fare da secondo a Giorgio Roselli. Una promozione importante, ma anche una grande responsabilità, specie in una piazza come San Benedetto. L’ex giocatore rossoblu l’ha onorata fino in fondo, restando nel suo ruolo anche dopo il ritorno di Magi.


È stato un anno molto intenso, e per te era la prima esperienza da vice allenatore. Qual è il bilancio della stagione?

Ne esco con una maturità maggiore, perché ho avuto modo di relazionarmi con due allenatori capaci e di esperienza. Ho passato buona parte dell’anno con Roselli, che oltre a essere stato un calciatore professionista ha allenato tanti anni in Lega Pro, e mi ha aiutato a crescere. All’inizio la situazione era molto difficile, ma siamo riusciti a tirarci fuori: è stata una bella esperienza.

Quando tu e Roselli siete arrivati la situazione era molto complicata, sia a livello tecnico che ambientale. La squadra sembrava costruita male, c’erano diversi problemi tecnici e si respirava pochissima fiducia intorno alla squadra. Come avete lavorato? Quali sono state le vostre priorità?

Anzitutto c’erano da valutare le difficoltà di una rosa non dico sbagliata, però abbastanza complessa. C’erano pochi giocatori per alcuni ruoli e molti per altri, e in generale avevamo poca elasticità in squadra. Vista la situazione di squadra e classifica Roselli ha deciso di lavorare soprattutto sulla fase difensiva. Con “fase difensiva” non intendo solo il reparto, ma il lavoro di tutti gli undici per subite il meno possibile. Col senno di poi è stato uno dei nostri punti di forza, soprattutto nella striscia positiva avuta fino a gennaio.

Samb-Teramo diretta live

Da fuori la mia impressione è che Roselli abbia lavorato soprattutto su tre concetti, indipendenti dal modulo: squadra corta, pressione sul portatore, attacco negli spazi.

Sì. Roselli puntava molto sul gioco di rimessa, partendo da una squadra che fosse capace di abbassarsi velocemente, difendendosi in modo ordinato e compatto. In fase offensiva l’idea era quella di attaccare gli spazi e le seconde palle, sfruttando le ripartenze veloci; in alcune situazioni sembrava buttassimo via la palla, ma molte volte era un modo per innescare la pressione e il recupero. Ci sono state delle critiche, ma questa metodologia ha dato i suoi frutti.

Da allenatore in seconda su cosa ti sei concentrato, in particolare?

Non c’erano compiti specifici, discutevamo e condividevamo un po’ tutto. Durante la stagione ho avuto abbastanza autonomia sulla gestione dei calci piazzati, soprattutto quelli difensivi, dove dopo un primo periodo con la linea abbiamo iniziato a difenderci col “castello difensivo” (la cosiddetta “zona”, in cui i giocatori schierati su due o tre linee, ndr). La scelta aveva i suoi pro e i suoi contro: col castello non concedi la profondità –lo spazio tra portiere e linea difensiva – ma rischi maggiormente in ampiezza; su questa situazione abbiamo preso un gol a Rimini, ma in generale il bilancio è stato positivo.

Nel primo mese avete utilizzato diversi moduli, sempre partendo dalla difesa a quattro: il 4-4-2 classico e quello asimmetrico (con Bove tra esterno e mezzala), il rombo di centrocampo e il tridente con Gemignani alto a destra. Alla fine siete passati al 3-5-2, lo stesso modulo che stava usando Magi prima dell’esonero.

Con la difesa a quattro c’erano alcune difficoltà strutturali. Nelle prime partite abbiamo provato a supportare più giocatori di qualità insieme, ma ci siamo resi conto che non potevamo sostenerli; c’è stata anche una riflessione sulle caratteristiche dei nostri difensori: a destra avevamo Rapisarda, un giocatore molto offensivo, e sfruttare al massimo lui significava lasciare più scoperti i due centrali.

In quel momento attraversavamo un periodo difficile, c’era poca sicurezza e non potevamo prenderci troppi rischi. C’è anche da considerare che in quel momento eravamo senza Ilari, Bove e Russotto, tre assenze che hanno accelerato un processo già in atto.

La scelta è stata dettata solo dalle caratteristiche della squadra, quindi?

No, diciamo che c’è stato un concorso di fattori. Il mister è un gasperiniano, per alcuni concetti, soprattutto quando si tratta di marcature a uomo. La difesa a tre permetteva ai difensori centrali di marcare uscendo dalla linea, in modo da seguire attaccanti e mezze punte; in questo modo abbiamo tolto spazio agli avversari, e avuto più sicurezza dietro, che in quel momento era la priorità.

Quest’anno i due braccetti (i laterali di difesa) hanno giocato quasi sempre a uomo, ma non erano i soli. Secondo me l’esempio più interessante è stato nel ritorno col Monza, con Celjak che partendo da quinto stringeva in posizione di mezzala per prendere D’Errico, pareggiando l’inferiorità numerica in mediana e dando copertura ai centrali in attesa degli abbassamenti di Ilari. In generale l’impressione è che ci abbiate lavorato molto, e con molte varianti…

Sì, per noi questi meccanismi erano fondamentali. I braccetti, i laterali di difesa e le mezzali dovevano collaborare in maniera quasi meccanica, scambiandosi continuamente posizioni e marcature. Questo tipo di atteggiamento ha aspetti positivi e negativi, ovviamente: se i meccanismi saltano o vengono fatti in ritardo ci sono problemi.

Nella scorsa stagione c’erano difensori molto adatti alla marcatura a uomo – Celjak, Biondi, anche Fissore – e avevate a disposizione giocatori come Rapisarda e Gelonese, molto bravi ad aggredire l’avversario. La scelta di giocare a uomo è stata influenzata da questi profili, o era già nelle idee di Roselli?

Al mister piace difendersi aggressivamente, e l’idea si sposava bene con le caratteristiche della squadra. In questo modo siamo riusciti ad esaltare le qualità di giocatori come Biondi, ottimo nell’uno contro uno, ma grazie alla difesa a tre siamo riusciti ad adattare bene Gelonese e dare più protezione a Miceli, che da libero ha fatto molto bene.

Dopo Pordenone Roselli aveva detto che la Samb “non ha un regista”. Nello stesso periodo ho scritto che il vero regista della Samb era il recupero del pallone, e quindi la transizione. Insomma, una mancanza tecnica risolta con una soluzione tattica. È una lettura corretta?

Sapevamo di non avere un regista di ruolo, e in questi casi devi trasformare il regista in qualcos’altro. Abbiamo deciso di impostare una squadra che fosse capace di recuperare palla e ribaltare velocemente l’azione, e in questo senso Gelonese era un ottimo giocatore da utilizzare davanti alla difesa, perché era bravo a rompere il gioco e far partire la transizione. Per le qualità della nostra squadra la cosa migliore era impostare un gioco reattivo.
Durante l’anno vi siete trovati con grandi difficoltà un po’ in tutti i ruoli.

Luca Gelonese

Per ogni tipo di modulo sapevamo che ci saremmo trovati a fare i conti con assenze che ci avrebbero costretto a cambiare in corsa. Prendiamo il 4-3-3, ad esempio: se Calderini o Russotto finivano fuori non avevamo altri esterni offensivi di ruolo, e in quel caso bisognava adattare qualcuno o cambiare modulo. Era così per ogni tipo di soluzione, e se volevamo avere continuità dovevamo adattare per forza qualcuno.

Ogni situazione che si creava rischiava di farci cambiare modulo, e portava problemi ai meccanismi della squadra. Nelle situazioni di difficoltà abbiamo ci sono state molte mosse azzeccate – Russotto a metà campo, Ilari mezzapunta o Gelonese terzo centrale difensivo – ma si trattava sempre di una difficoltà in più da gestire. Quando si è fatto male Cecchini, ad esempio, o cambiavamo modulo o adattavamo qualcuno: quando spostammo di fascia Rapisarda fummo criticati, stesso discorso quando abbiamo spostato Ilari sulla fascia siamo stati criticati. Ma le alternative – complici i problemi iniziali di D’Ignazio – non c’erano.

Nel corso della stagione avete spostato sulla fascia anche Celjak e Fissore, che però avevano caratteristiche molto diverse dai titolari nel ruolo.

Le caratteristiche dei giocatori erano particolari. Celjak poteva giocare come terzino nella difesa a quattro, ma un centrale nella difesa a tre: metterlo sulla fascia garantiva di più in fase difensiva, ma meno spinta in fase offensiva; stesso problema sull’altra fascia, dove con l’infortunio di Cecchini e le difficoltà d’inserimento di D’Ignazio c’era solo Fissore. Insomma, mancava un giocatore e cambiava tutto: in questi casi è difficile mantenere un equilibrio, e bisogna fare di necessità virtù.

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