Roselli, Fedeli, la Samb: sempre la stessa storia

Esonero Roselli

Dopo aver salvato la Samb, Giorgio Roselli è stato trasformato nell’unico responsabile di tutti i suoi problemi


Le prime critiche sono arrivate subito, già all’esordio, quando il pareggio in casa col Monza – oltre ai primi, timidi applausi della Curva – fu seguito da alcuni rimbrotti: «Eh, ma i cambi…», «Però, il secondo tempo…». Piccole spie di un ambiente incontentabile, già dimentico della penosa sconfitta con la Giana, che aveva segnato il de profundis di Giuseppe Magi, arrivato a cottura in tempi record, dopo quattro partite in due settimane, in coda a un precampionato lunghissimo.

La scelta di Roselli, tecnico esperto e pragmatico, doveva riportare un po’ di realtà nell’ambiente rossoblu, prima illuso e poi depresso da obiettivi prima sbandierati e poi taciuti, inquinati dalla promessa estiva di un progetto a lungo termine, smentito dai fatti. Il tecnico ereditava i cocci di una squadra depressa e sgangherata, ben rappresentata dalla sua “linea verde”: Minnozzi, Islamaj, Kernezo e Demofonti, zero esperienze tra i professionisti, svincolati tutti nel giro di pochi mesi, senza che nessuno alzasse un dito in protesta.

Al suo arrivo la Sambenedettese era ultima in classifica, dopo aver messo insieme la miseria di due punti in quattro partite. La lascia al decimo posto, dopo aver aggiunto altri 38 punti (meglio di Ternana, Vicenza, Teramo, Fermana, Gubbio, Virtus Verona, Albinoleffe, Vis Pesaro, Renate, Giana Erminio, Fano e Rimini). In mezzo ci sono stati sei mesi di delusioni, rimonte e riscatti, disseminati in una lunga serie di saliscendi emotivi. Una situazione nuova e paradossale, anche per un allenatore che ha detto più volte di averle passate tutte.

Una situazione difficile

Che le cose non vanno, a dir la verità, Roselli lo capisce quasi subito. I bei segnali visti col Monza vengono subito ridimensionati dall’avvilente turno di coppa contro il Fano, piccola spia dell’allarme deflagrato nella trasferta successiva, dove la Sambenedettese sprofonda sotto i colpi di un Ravenna quasi sorpreso da tanta arrendevolezza. In conferenza, il tecnico ammette che la situazione è peggiore di quanto pensasse: «I ragazzi hanno paura e sentono la pressione. Pressione di cosa, non lo so».

Nel frattempo la parte societaria è in fermento. Dopo aver sparato l’obiettivo di «migliorare il terzo posto» Andrea Fedeli ha fatto una mossa alla Jack Frusciante, e non si trova più. A rappresentare la società sono rimasti solo Andrea Gianni e Francesco Lamazza, che il giorno dopo la trasferta di Ravenna – per evitare una trasmissione televisiva – finge goffamente un silenzio stampa societario, subito smentito. Da lì a pochi giorni Fedeli accetta le (seconde) dimissioni del primo ed esonera il secondo, lasciando le chiavi al nuovo diesse Pietro Fusco.

La rinascita della squadra

Il repulisti generale ha l’effetto di una catarsi, per la Sambenedettese, che vince la prima partita dell’anno con l’Imolese, pareggia in casa del Fano e spaventa il Pordenone, andato sotto 2 a 0. Nel primo tempo coi ramarri Roselli prova per la prima volta il 3-5-2, la soluzione più logica e anche la più sofferta, specie per un allenatore che prima di arrendersi alla difesa a tre aveva provato il 4-4-2 in tutte le sue sfumature: da Rapisarda esterno alto a Bove finto laterale, dal rombo con Ilari sulla trequarti al finto tridente con Gemignani ala destra.

La difesa a tre dà struttura alle lacune tecniche e numeriche della squadra, dando un senso all’abbondanza di difensori centrali, e limitando le lacune sui laterali, dove il tecnico poteva contare solo su Rapisarda, Gemignani e Cecchini. A novembre la squadra viene puntellata con gli arrivi di Caccetta e (soprattutto) Celjak, pedina fondamentale di quella che sarà la migliore striscia positiva del girone, Pordenone a parte.

Dopo la sconfitta col Vicenza gli uomini di Roselli risorgono con la Feralpisalò, in una partita molto simile a quella col Pordenone, ma senza rimonta subita. Finalmente, i rossoblu trovano un senso, mostrando a pieno i frutti di un lungo e laborioso percorso tattico. La Sambenedettese gioca un calcio verticale, solido e aggressivo, copre con attenzione e usa il recupero del pallone come regista offensivo. Pochi concetti, ma ben coordinati.

Samb-feralpisalò

Dopo la vittoria sulla Feralpi i rossoblu battono anche Virtus Verona, Sudtirol, Rimini e Fermana, quattro vittorie intervallate dagli 0 a 0 con Triestina, Albinoleffe e Gubbio. La Samb chiude l’anno con l’1 a 1 in rimonta sul Renate, e festeggia il 2019 all’undicesimo posto in classifica (con una partita in meno). Sembra l’inizio del lieto fine, ma da lì in poi l’atteggiamento intorno alla squadra cambia.

Aspettative irreali

Negli ultimi mesi Roselli ha ricordato più volte il primo allenamento dopo la partita col Ravenna, quando un centinaio di tifosi si presentò davanti a lui a chiedere di evitare almeno l’ultimo posto. L’aneddoto racconta bene l’aria che si respirava in quei momenti, e fa capire meglio i paradossi coltivati e cresciuti nella seconda parte della stagione, quando qualcuno ha l’ardire di contare i punti di distacco dal Pordenone.

L’ottima conclusione dell’anno si rivela presto un’arma a doppio taglio. Da “sogno”, i playoff si trasformano in un obiettivo minimo, a dispetto delle difficoltà della squadra, e un mercato invernale praticamente inesistente. Tutte le squadre spendono: lo fanno le big, ovviamente, ma anche squadre come Albinoleffe e Giana Erminio, che acquistano attaccanti come Cori e Jefferson, più volte accostati alla Sambenedettese.

La società alza volentieri l’asticella, ma alla fine – dei tre giocatori promessi (centrale, laterale, attaccante) – ne arriva solo uno, Fissore, scambiato con Gemignani, poi sostituito da D’Ignazio, in un incrocio che sembra quasi un gioco delle tre carte. Attaccante e laterale non arrivano, ma nessuno si sogna di protestare, anche se qualche settimana dopo alcuni troveranno lo spirito per criticare scelte come quella di rimettere Ilari centravanti, o Celjak sulla fascia destra.

I problemi di Roselli nascono qui, nella profonda discrasia tra la realtà della squadra e le fantasie di chi la raccontava, acuite dalle conferenze stampa di un presidente che interveniva solo per criticare questa o quella scelta, incurante (o, peggio, inconsapevole) che molti di quei problemi partivano da una precisa idea di mercato: quella di prendere meno giocatori possibili, senza impegno, e possibilmente a costo zero.

Il lento crollo

I motivi del lento crollo della squadra sono disseminati ovunque. Sono nel palo-gol con cui Jefferson porta in vantaggio la Giana, in uno 1 a 1 contestatissimo, e sono nella traiettoria quasi identica con cui Nocciolini deciderà la vittoria del Ravenna al Riviera delle Palme, su cross del sambenedettese Eleuteri (uno che alla “linea verde” avrebbe fatto comodissimo). Sono nell’eurogol segnato al 96esimo di Anastasio, quando la partita col Monza sembrava già finita, sono nel lungo infortunio di Russotto e nella esasperante intermittenza di Calderini, simboli – loro malgrado – delle tante promesse fatte e non mantenute.

Samb-Renate

Stanno nei tanti errori di Sala e nei saliscendi di Pegorin, bruciati da una concorrenza guidata da chi si faceva meno male dopo insulti e critiche. Sono nel crescente nervosismo di Roselli, che dai propositi iniziali – ascoltare tutto, anche le critiche più disparate – finisce per esplodere ad ogni mezza domanda, esasperato da certa stampa incompetente quando andava bene, e tendenziosa quando andava male.

I motivi del lento crollo sono anche e soprattutto nei tre calci piazzati che regalano primo, secondo e terzo gol al Vicenza, e nel tris in dieci minuti firmato dai due centravanti della Triestina, una di quelle squadre che a differenza della Samb hanno fatto corrispondere gli investimenti agli obiettivi.

Sempre la stessa storia

Il 4 a 0 del Nereo Rocco non è che la logica conclusione di una stagione iniziata male e gestita peggio, nonostante il grande lavoro di un allenatore il cui unico difetto è stato quello di essere sincero, con la squadra e (soprattutto) se stesso. Per esonerarlo, Fedeli non ha aspettato neanche il suo ritorno a “casa”, ennesima prova della stanca sopportazione che traspariva già da alcune partite.

Ora, probabilmente, toccherà ancora a Magi, scelto più per il contratto ancora in essere che per un’effettiva prospettiva. Come Moriero lo scorso anno. Nel frattempo tifosi e giornali parlano di quel tecnico “difensivo” e “incapace” che li ha tenuti in basso, quasi dimentichi del punto in cui si era partiti. Dei tanti errori fatti fatti dalla società, acuiti dai tanti proclama estivi, neanche l’ombra.

Del resto, per alcuni il colpevole è sempre l’allenatore. Che si chiami Palladini, Sanderra, Moriero, Capuano, Magi o Roselli conta davvero poco.

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